mercoledì 30 dicembre 2009

Discoteca


Siamo nella nuova casa da dieci giorni, e il mio bimbo piu’ piccino non ha smesso una notte di pisciare a letto, mio marito non ha smesso una notte di cambiargli il pigiama ed io di cambiargli le lenzuola, per poi lavarle il giorno dopo. Non ha smesso un giorno di piovere, ed io ho deciso di barattare la mia macchina del pane piu’ un frullatore mai usato con una asciugatrice. Potrei chiedere a Babbo Natale. Vorrei aprire da oggi l’operazione “riciclo regali” e convincere tutti per il prossimo anno a fare regali solo ai bambini. Ho troppa roba che non mi serve e troppi pochi soldi per comprarmi quello che mi sarebbe utile. Piuttosto regaliamoci soldi, anche 3 euro, nel mucchio si arriva presto a 100. Sara’ che quando do un occhio alle scatole cha ancora devo ordinare mi verrebbe voglia di buttare tutto.
Il Natale e’ passato in discoteca; i trenta parenti di mio marito messi tutti insieme fanno l’effetto del Frumpy degli anni novanta, per parlare con qualcuno devi urlare ed il rumore di fondo ti distoglie dalla conversazione che stai tenendo. Finisci per assumere quello sguardo da boga e chiedere poi Coca e Quentro’ al tinello della nonna. I mie figli hanno milioni di giocattoli, e passano i pomeriggi a giocare con una scatola di cartone ondulato residua del nostro trasloco. Il prossimo anno potremmo anche portargli un paio di quelle, e siamo a posto.
Buon anno.

giovedì 17 dicembre 2009

Navigatore


Esistono delle pubblicita’ geniali. Quelle che usano le paroline magiche, che ti si ficcano nel cervello e li’ si stampano, magari senza che tu capisca bene il significato o il tipo di prodotto pubblicizzato. Eppure quella parolina rotola nella tua testa e ritorna in alcune occasioni, convincendoti che quella cosa dovresti proprio averla. Quest’anno e’ la volta del “FULLACCADI’”. Capisco che e’ qualcosa legato alla televisione, forse e’ proprio una televisione, forse e’ un canale a pagamento, un abbonamento. Ad ogni modo la prossima volta che mi trovero’ in un negozio di elettrronica ed elettrodomestici e mi proporranno un televisore FULLACCADI’ pensero’ di sapere cosa e’, l’ho gia’ sentito mille volte, e saro’ tentata a comprarla. Peccato che io davvero ODIO la TV.
L’anno scorso e’ toccato al “TOM TOM”. Se TOM e’ un tuo amico, TOM TOM e’ tuo amico due volte. Ti porta dove vuoi. Generalmente ha quella voce metallica da troia stanca che ti dice “Alla prossima rotatoria, prendere la quarta”. Mentre giri il volante cominci a contare “Uno, due, tre...no cazzo ho perso il conto”. E rifai il giro. Il bello delle rotatorie e’ che potresti farci il giro anche tutto il giorno, senza andare da nessuna parte. Alla fine becchi la quarta. Nel frattempo la troia stanca si e’ subito accorta del tuo errore, si e’ anche incazzata, ed ha cominciato ad imprecare “Appena possibile, effettuare una inversione ad U”. A volte il navigatore sbaglia, vorresti dirglielo, a quel TOM con la voce da donna. Ma lui o lei non ti ascolta. Ti senti combattuto come quando tua mamma ti consiglia di fare una cosa che non reputi giusta, ma se lo dice la mamma! Allora fermi l’auto prima di entrare in rotatoria. Guardi TOM, guardi sulla destra il parcheggio che volevi raggiungere, guardi di nuovo TOM che invece ti dice di andare dritto. Sei sconfortato, deluso, non sai che fare. Dopo trenta secondi decidi di dare retta ai tuoi occhi e giri a destra. TOM e’ incazzata. Lo spegni.
Preferivo fermarmi e chiedere indicazioni al passante di turno, anche se ho ereditato dal mio babbo la capacita’ di chiedere informazioni a sordi, muti, o cinesi che ancora non sanno l’italiano, ma che comunque mi hanno sempre indicato la strada giusta.

giovedì 10 dicembre 2009

Acari


Probabilmente sono allergica agli acari. Ieri ho provveduto a lasciare fuori al freddo i cuscini. Si sa che gli acari muoiono sotto i 15 gradi, e fuori era davvero freddo. Per non posare la testa su migliaia di cadaveri ho quindi dovuto sbattere bene bene i cuscini, lasciando sul terrazzo un cimitero affollato di micro esserini invisibili.
In effetti le nostre nonne erano avanti, nel loro aprire le finestre, lasciare guanciali e materasse al sole e poi sbattere tutto ben bene col batti tappeto. Non c’era a quel tempo bisogno di costosissimi aspirapolvere e gli acari non avevano, vista la tradizione, vita facile.
Adesso comunque e’ tutto molto piu’ scientifico. Io ho una natura gentile ed ho accettato spesso a casa persone amiche di amici di amici a trattenermi per ore con le presentazioni di questo o quell’aspirapolvere. Ti fanno vedere delle immagini, ti pongono delle domande banali cui tu rispondi mostrando un’acuta intelligenza, hanno un copione da rispettare. Talvolta stropicciano foglietti per terra e ti fanno vedere quanto diventano neri, e come invece il loro prodotto riesce a detergere il pavimento. Ti dicono che quando passi lo straccio bagnato per terra in realta’ non fai altro che spargere lo sporco, che gli acari del tuo materasso e del tuo divano fanno la cacca sul tuo matarasso e sul tuo divano e che tu in realta’ ti rilassi su una distesa di merda. Poveri acari. Anche loro pero’ mica se la passano bene ad avere sempre addosso il nostro culo sudicio, per non parlare delle scurregge che si sa, ogni tanto capitano davanti alla TV, o delle pisciate dei miei figli quando ancora tentavo di insegnargli a stare senza pannolino.
Comunque una volta uno di questi rappresentanti mi ha assicurato che loro aspirano solo la cacca, e non gli acari, ne rispettano l’ecosistema e lo stile di vita insomma; come a dire, caro acaro, dopo che hai ca’ato, metti su il culo, che con l’aspirapolvere ti faccio un bel bidet.

venerdì 4 dicembre 2009

Distrazione

Domenica sono andata a pulire la nuova casa. Mi sono concentrata sul bagno blu. Nel pulire l’aramdio blu del bagno blu ho trovato una cinquantina di placche per le prese di corrente. Le ho pulite tutte, ed ho pensato che mio marito volesse farmi pulire tutte le placche del condominio.

In realta’ il precedente padrone del nostro appartamento fa l’elettricista. Penso che usasse le placche anche attorno alla ciambella del WC. Poi sono passata all’aplique, che ho pensato bene di pulire usando uno straccio bagnato mentre la luce era accesa. Ovviamente mentre pulivo, il freddo del cencio a contatto con la lampadina calda l’ha fatta esplodere, con pioggia di vetrini ovunque. Ho dovuto pulire tutti i vetrini. Quindi mi sono ricordata di quando mi sono abbassata infilandomi la punta del manico di scopa in un occhio (dolore lancinante!). Di quando, pur essendo andata alla stazione in motorino, sono tornata a casa alla sera in autobus e mi sono rammentata del motorino abbandonato alla stazione solo dopo cena. Delle mille volte in cui sono andata ai compleanni lasciando il regalo bello impacchettato a casa. Di quando pesto lo spazzolone e mi tiro in faccia il bastone come nelle migliori gag di Tom e Jerry. Di quando sono andata al lavoro in scooter portando con me nella borsa tutte le chiavi dell’auto, lasciando mio marito senza scampo e con i bimbi da portare all’asilo. Delle due formaggere rotte in casa di mia madre, e del folletto FORUORK da riparare a seguito dell’aspirazione incauta dei relativi pezzi di vetro e parmigiano.
Forse basterebbe smettere di fare le faccende di casa per migliorare notevolmente la situazione...

mercoledì 2 dicembre 2009

Pan per focaccia



Ieri il capo del capo del capo del capo ci ha detto che il nostro gruppo deve essere dislocato, mantenendo in Italia solo poche persone. Per “dislocato” probabilmente si intende in America, per “poche persone” le nostre interpretazione vanno da 5 a 15. A parte il contenuto poco confortante del messaggio, non mi e’ piaciuto molto il modo, cosi’ di fronte a tutti in un “All Emplyee Meeting”; mi sono sentita addosso gli sguardi compassionevoli ed anche sollevati (tocca a loro non a noi) degli altri, ed avrei certo preferito un incontro tra i soli interessati. Il capo del capo del capo del capo ci ha anche detto che abbiamo dimostrato poca flexibility in quanto nessuna di noi ha accettato l’opportunity di trasferirisi in India o in Messico. Adesso abbiamo la possibility di sperimentare il sogno americano.
Ho sempre lavorato con professionalita’, rispetto delle scadenze e delle persone che hanno lavorato con me, perseveranza verso gli obiettivi. Eppure, in linea con la morale di Manzoni che la sapeva lunga sulle multinazionali leader nel settore, questo non mi evita di incappare nel Don Rodrigo di turno pronto a rapire la mia bella Lucia.
Sara’ perche’ non ho mai capito la vision, condiviso la mission, e quando mi dicono che qualcosa e’ challenging mi aspetto una grande inculata.

lunedì 30 novembre 2009

Perle di saggezza per tutti gli usi


Perle di saggezza per tutti gli usi
“Bisogna dare all’età ciò che l’età richiede” mormora nonna Maria, di anni 95, china sotto un cespuglio in cerca di lumache dopo la pioggia.
“A tutto c’è rimedio fuori che alla secca”, mi suggerisce nonna Ilva (96) se mi vede preoccupata per qualcosa. E quando poi la mattina racconto un sogno incalza “Sogni e scurregge stanno sotto le lenzuola”. Se poi mi lamento per una situazione lavorativa continuamente a rischio, mio babbo mi ricorda che “se le anguille, che non hanno né braccia né gambe, campano, ci riuscirai anche te”. Azzannando un manager, penso tra me e me.
Se sono affannata dagli impegni quotidiani mia mamma mi suggerisce di “stendere i problemi in orizzontale ed affrontarli uno per volta, invece di impilarli facendo un alto muro”. E quando i miei figli litigano per capire chi dei due abbia raccolto nel parco il legnetto più lungo, io gli rammento di guardare ognuno il suo, perché “ci sarà sempre qualcuno che ce l’ha più lungo di te”.

Insomma farsi i cazzi propri mai, eh?

lunedì 23 novembre 2009

Tutta colpa di Babbo Natale


Nella nostra famiglia c’è sempre stato Babbo Natale a portare i regali il 25 dicembre. Adesso i miei figli hanno sentito, penso alla scuola materna, che è in realtà Gesù Bambino a portare i doni natalizi. L’assunzione ha creato un notevole contraddittorio, che il mio bambino più grande ha risolto in modo geniale: Gesù Bambino prepara i regali, Babbo Natale li distribuisce. Un DHL con slitta e renne volanti. E gli elfi? Tutti in cassa integrazione.
La confusione è notevolmente aumentata dal proliferare dei Babbo Natale con l’avvicinarsi delle festività. Lasciamo perdere i Geco - Santa Claus appesi ai muri esterni dei nostri appartamenti. Parlo di quelli di barba e ciccia ad ogni angolo di negozio. La cosa può essere anche carina, se portata avanti con un po’ di buon senso. Se le modelle devono rispettare certe misure, ovvero alte almeno uno settantacinque e secche come chiodi, pretendo che anche Babbo Natale rispetti dei canoni, cioè non deve essere piccolo di statura, almeno uno e ottanta, deve avere una bella pancia rotonda, e soprattutto la voce, che sia calda e forte, possibilmente con accento nordico.
Suvvia, un po’ di serietà!

giovedì 19 novembre 2009

Il Mangiasiti

C’era una volta un signore panciuto.


Visto così potrebbe sembrare Babbo Natale addormentato a pancia su. In realtà stiamo parlando di un personaggio molto più temibile e meschino; il mangiatore di siti aziendali, o Mangiasiti. La sua voracità era tristemente nota tra gli impiegati delle multinazionali leader nel settore. Egli si aggirava silenzioso nonostante la mole, azzannando ora in quella nazione ora nell’altra, imparziale come la morte. In un sol boccone riusciva a fare fuori anche uno o due siti, per poi tornare silenzioso al suo riposo assassino, progettando nuovi inesorabili attacchi.



La sua pancia cresceva di anno in anno. Un giorno qualcuno notò una crepa su quella rotondità estrema e penso (sperò) che stesse per esplodere. Qualcun altro ipotizzò una metamorfosi, da semplice Mangiasiti a Flash Mangiasiti. Quella, disse qualcuno, è una saetta che renderà questo ingordo ancora più veloce e vorace nelle sue terribili scorribande.



In mancanza di valide e logiche difese contro questo mostro dei lavoratori, questi decisero da quel momento di attaccarsi all’ultima possibile voce veritiera circa il loro futuro: l’oroscopo di Paolo Fox.

Che Dio ce la mandi buona (e senza mutande).

martedì 17 novembre 2009

Pulcini


Domenica dai miei suoceri abbiamo potato un albero di eucalipto, o meglio tagliato un grosso ramo che rischiava di distruggere un palo della luce. Il ramo, o rappo come dice mio marito, è caduto ostruendo la strada ed emanando un piacevole odore balsamico. Abbiamo passato il pomeriggio a ripulire la strada dai tronchi, da utilizzare per il caminetto della nonna, dalle fronde, da depositare nei campi come concime, e dagli altri rametti sparsi. Ho anche raccolto delle foglie per i fumenti, visto che questa sinusite e questa sensazione di oppressione alla fronte non mi abbandonano. I maschi di casa, figli, nipote, marito e suocero, si sono cimentati con impegno in questa attività da boscaioli. Mio figlio più grande ha passato ore a togliere la corteccia da un pezzo di tronco ancora verde, regalandoci un pomeriggio piuttosto tranquillo.
Le cose non stanno andando benissimo ultimamente. È un bambino molto riservato, e sembra patire adesso i postumi del nostro trasloco dalla Liguria alla Toscana. E pensare che abbiamo colto una possibilità soprattutto pensando ai nostri bambini, ed al fatto che la Toscana offre una migliore qualità della vita. Per noi è una freccia avvelenata: “Voglio tornare a Genova, voglio tornare nel mio vecchio asilo, nella mia vecchia casa, avevo più amici lì”. A seguire esplosioni di rabbia, il rifiuto di entrare in classe al mattino, pianti disperati.
Fa bene sfogarsi e tirare fuori quello che si ha dentro. Probabilmente si è scoperchiata una pentola e possiamo sbirciare all’interno. I desideri ed i ricordi possono a volte confondersi in un pericoloso minestrone. Eppure adesso sembra tutto molto difficile, dalla scelta dei vestiti al mattino alla scelta delle cose da mangiare a cena e a pranzo.
Non posso credere che sia solamente colpa di quella recita natalizia, che in effetti sembra essere stata l’evento scatenante. Capisco come sia difficile per un bambino riservato salire su un palco con una maschera, e dire qualcosa a voce alta sotto gli occhi di tutti. Eppure trovo sia giusto appoggiare le scelte del corpo insegnante.
L’unica cosa che pensiamo di fare adesso è parlare molto, ed infondere fiducia. Speriamo di farcela. A volte siamo tutti come piccoli pulcini impauriti.

lunedì 9 novembre 2009

Invenzioni strepitose

Il salvascella, simpatico e sottile, simile al salvaslip, si applica nella zona ascellare delle tue magliette grazie ad uno strato leggermente adesivo e ti permette di usarle più giorni senza dover ricorrere alla lavatrice, ma semplicemente sostituendo il salvascella con un semplice strap. Disponibile anche al profumo di menta, lavanda e vaniglia. Se usato al contrario, può fungere da ceretta depilatoria.

Undo: figlio del più famoso Undo di Microsoft Office, ti permette di annullare la tua ultima azione. Hai pestato una merda? Con l’Undo puoi uscirne pulito e profumato. Hai tamponato l’auto di fronte? Tranquillo, l’Undo eviterà ulteriori ammaccature alla tua. Ti si è rotto il preservativo? Con l’Undo niente più gravidanze indesiderate!

Ferro da stiro per aerosol: mentre stiri, usi il vapore per efficaci fumenti al mentolo. Indispensabile in questa vita frenetica. Da usare solo su ricetta del tuo medico personale.

mercoledì 4 novembre 2009

Scoperte




Stamattina ho scoperto che il tipo in Mercedes con cui ho litigato ieri è il proprietario dell’albergo in cui ho dormito. La nostra conversazione stamattina è stata molto patinata. Mi ha detto che sono una persona estroversa (sarà per come sono uscita ieri dall’auto?) ed intelligente. Mi ha consigliato di sposarmi con un uomo che mi faccia ridere. Già fatto.
Buongiorno, Buonasera, Grazie, Arrivederci. Come si cambia fuori dall’abitacolo di lamiera.

martedì 3 novembre 2009

Hotel



È tutto così patinato. La moquette sul pavimento e lungo le scale, i passi attutiti, la cordialità “Buongiorno”, “La sua carta di identità?”, “Grazie”, “Prego”, “Buonasera”.
C’è un certo tepore ed un profumo di Arbre Magique gradevole, la luce è soffusa, ma non troppo, così da permettere ai clienti sprofondati nelle poltrone in pelle di leggere il giornale.
Per tre giorni ho portato tre magliette ed un paio di pantaloni di ricambio, mutande, le scarpette da ginnastica ed il costume (non si sa mai), un libro da leggere, crema, dentifricio e spazzolino, calzini. Cazzo il deodorante! La prossima volta lo incollo alla valigia, possibile che mi dimentichi continuamente il deodorante, eppure puzzo!
La mattina a colazione è di nuovo tutto patinato, succo d’arancia cappuccino fette biscottate con mini-marmellata cereali e yogurt. A parte che molti ti guardano chiedendosi “Che cosa ci fa una donna sola in un albergo?”. La stessa cosa che ci fa un uomo solo.
Esco lungo un vialetto segnalato da piccole luci blu, e recupero l’auto nel parcheggio dell’albergo. Mi immetto in una tipica strada genovese; in una qualsiasi altra città sarebbe una strada a senso unico con divieto di parcheggio, qui è a doppio senso con alcune auto parcheggiate da un lato. Sono quasi arrivata alla fine della stretta strada, quando mi trovo di fronte un Mercedes blu ammaccato intenzionato a percorrerla in senso inverso al mio. Mi aspetto che faccia retromarcia e mi faccia passare, basterebbero pochi metri visto che sono quasi sul viale principale. Ma il tipo è piantato di fronte a me ed avanza lentamente. Provo a fare retromarcia, ma mi guardo indietro: avrei tutto il viale stretto da fare a retromarcia. Abbasso il finestrino e gli chiedo gentilmente e patinatamente se può retrocedere lui. Grida qualcosa da dentro l’abitacolo che mi sembra molto poco educato. Esco dall’auto come una furia e lo approccio al suo finestrino; le mani sul volante, i gomiti sulla pancia, mi guarda attonito. Gli do del lei per prendere le distanze “Scusi, visto che basterebbero pochi metri, può fare marcia indietro?”. Risposta “Hai paura di grattare le gomme? Ma vai a imparare!”. Sono davvero al limite “Vada lei ad imparare, prima di tutto, visto che io non l’ho offeso”. Risalgo in macchina e mi marmizzo al volante. Il tipo si arrende, in un attimo riesco a passare, e mentre lo affianco lo saluto dal mio finestrino abbassato con un gelido “Grazie”. “Prego” risponde lui.
Mi sono comprata il deodorante, ne avevo bisogno.
Fine del patinato.

mercoledì 28 ottobre 2009

Sogni nel cassetto

Tingersi i capelli di viola chiaro.

Fare l’insegnante.

Tatuarsi un ideogramma sulla nuca o sul polso sinistro.

Travestirsi da clown e andare nelle scuole a promuovere il rispetto dell’ambiente e delle sue risorse a bambini e ragazzi.

Effettuare un carpiato perfetto dal trampolino alto dei Fiume.

Disegnare un fumetto erotico.

Adottare un bambino.

Treni puntuali per tutti.

mercoledì 21 ottobre 2009

Un cesso, tanti modi

È incredibile come ognuno abbia modi diversi per cacare. Una mia collega sostiene di stare anche mezz’ora sul cesso con tanto di Sudoku, quotidiani, riviste. Un altro invece ci legge le etichette, dei pacchi di sigarette, delle confezioni di shampoo, degli assorbenti di sua moglie. Certo è che questo sostare nel cacare indica, più che pigrizia, una buona dose di autostima, auto considerazione, oppure il desidero di coccolarsi da soli. Voglio dire, se il puzzo di merda, sarà pure la tua, ma sempre merda è, non ti induce alla fuga subito dopo l’atto, vuol dire che uno alla fine, con una buona dose di compiacenza, si bea del proprio sito, lo aspira, se ne droga, fino a trovarlo piacevole ed inebriante, e lì se ne sta a decantarne la sostanza.
C’è invece chi, come me, segue il principio della ca’ata veloce e soddisfacente, carta igienica, bidet, e fuga dal bagno. Anche perché mentre la faccio, di solito ci sono i miei figli a bussare all’uscio: “Mamma cosa fai?”, “Niente” rispondo io. E loro giustamente replicano “Come niente?”. Nel frattempo aprono la porta e mentre tu rispondi “Ca’o” loro ti raggiungono incuriositi sul water. Perché si sa, per un bimbo la cacca è produzione, creazione, arte. Farla nel vasino al centro del salotto, o anche chiusi in bagno mentre di fronte hai i Gormiti del vulcano con cui giocare, ha un suo perché. Soprattutto perché la fase successiva alla ca’ata è la contemplazione del proprio prodotto, o di quello del fratello. “Fammi vedere fammi vedere. È bella? Sembra un serpente bicolore! Aspetta aspetta prima di tirare l’acqua!”.
L’unica scappatoia è farla in ufficio. È vero che c’è anche chi riesce a farla solamente a casa propria, e la tiene anche tutta la giornata (egoisti!) per poi scappare in bagno subito dopo aver infilato la chiave nella toppa del portone di casa. Questioni igieniche, ti diranno loro, “potrei farla in ufficio solo dopo aver mummificato il bagno con la carta” continueranno probabilmente.
A dire la verità io non vedo grossi problemi a farla nel bagno dell’ufficio, anzi la ca’ata retribuita mi dà una certa soddisfazione. Basta intervallare le scurregge con qualche colpetto di tosse.

martedì 13 ottobre 2009

Influenza

Quando stai bene pensi che non ti ammalerai mai, e non ti lavi le mani prima di mangiare. Quando ti ammali pensi che sicuramente è stata la stronza della mensa a sputacchiarti sulla minestra mentre ti chiedeva se ci volevi il formaggio oppure no.

Avere l'influenza per me significa riuscire a stare a letto sveglia senza fare niente, nemmeno pensare, cosa che è per me inimmaginabile nei momenti di salute, essendo io una persona iperattiva. A volte penso anche che uno si chiami addosso l’influenza quando è molto stanco, per avere un pretesto valido per riposarsi. Non capisco però se è il contrario, ovvero la febbre che preannuncia il suo arrivo facendoti desiderare di stare a letto.
Comunque non è che uno può lavarsi le mani ad ogni soffiata di naso, come vorrebbe il caro Topo Gigio della pubblicità ministeriale. Che poi mettere un topo a dare consigli sulla suina mi sembra quanto meno maleducazione zoologica, potevano metterci il maialino Babe.
Adesso tutti a chiedermi se ho avuto la suina. Che cazzo ne so, mica mi è apparsa la maiala durante i deliri della febbre! Anche se la curiosità ci sarebbe, dicono che con 9 euro in farmacia puoi farti il test per capire se l’hai avuta o meno.

Un altro modo per spillarci soldi, nevvero?

venerdì 9 ottobre 2009

Fantacalcio

Che cosa significa giocare al Fantacalcio in un ufficio di quarantenni disincantati dalla vita aziendale e dalle mire di carriera?
Significa un’eco continua di nomi legati al mondo del calcio, anche mentre sei nel bagno a pisciare, senti che dal bagno accanto si complotta intorno a Lucarelli, Cannavaro, portieri, attaccanti, centrocampisti.
Significa scoprire tuo malgrado che Cannavaro è stato punto da una vespa e che per un pelo non è stato espulso per doping.
Significa scoprire che c’è qualcuno vicino a te che ti prega, visto che sei la prima ad arrivare in ufficio, di spengere il PC dei colleghi così da ritardare il loro rilancio all’asta giocatori on line.
Significa vedere uomini con moglie e figli improvvisarsi imprenditori del calcio e vivere con sofferenza la perdita del loro gruzzolo di soldi virtuali, o peggio ancora, del giocatore preferito.
Significa scoprire che qualcuno si connette alle 3 di notte (invece di scurreggiare sotto le coperte) per accaparrarsi un giocatore.
Significa vedere l’unica donna fantacalcista del gruppo presentarsi in minigonna e tacchi per distrarre gli avversari imprenditori e soffiare al vicino di scrivania l’unico attaccante decente rimasto.

E poi dicevano a me che rompevo con la raccolta differenziata!

giovedì 8 ottobre 2009

Lei e' piu' largo che lungo

“Lei è più bella che intelligente”. A questa affermazione, qualunque gentiluomo o gentildonna di origine labronica avrebbe risposto: “Lei è più largo che lungo”, oppure analogamente “Si fa prima a saltarla che a girarle intorno”.
Eppure nessuno ci ha allietato di cotanto ardore, e la frase “Lei è più bella che intelligente” è rimasta lì, sospesa, offensiva anche per la più bella delle donne, ed indice di un fondato radicato massacrante maschilismo che posiziona le donne alla stregua di oggetti belli da mostrare e/o utilizzare.

giovedì 1 ottobre 2009

Papaya

Oggi estetista, mi tocca. Il solito: inguine ed ascelle. Mi accoglie una tipa gelida, dalla pelle bianca, gli occhi indefiniti e la bocca orizzontale. Finita la tortura mi applica una fialetta contro i peli incarniti, che la avverto di non avere, una fialetta alla papaia per rallentare la ricrescita ed una per evitare gli arrossamenti. “È la nuova linea depilazione” mi avverte robotica, e intanto con due dita tiene un batuffolo di cotone che tampona sulla pelle con fare schizzinoso. Mica te l’ho chiesto io di fare l’estetista! Se volevi toccare solo il buono, dovevi fare la pasticciera.
Comunque ce li vedo, gli scienziati del pelo, a provare la papaia su una gamba depilata ed a misurare la ricrescita, confrontandola col kiwi spalmato sulle ascelle, il mango sull’inguine e il frutto della passione sui baffi. “La papaia è la meglio!” avranno esclamato ad un certo punto, magari c’è uscito pure un articolo sulla IEEE.
Unico effetto collaterale, “appiccicano un po’, ma è normale”, mi informa. Normale una sega! Mi sento come se avessi mangiato un caco verde, tutta ritirata proprio lì e sotto le ascelle. E poi aggiunge “Comunque sono solo 2 euro in più”. “Vabbè” sussurro io. Invece mi tocca sborsare 5 euro in più del solito; saranno due per le ascelle, due per l’inguine, e uno?
Per i dintorni del buco del culo, ovviamente.

venerdì 25 settembre 2009

Sport


Oggi vado in palestra. Sfrutto la pausa pranzo come pausa ginnastica. Poi mi mangio due panini iper-colesterolici di fronte al PC vanificando tutta l’attività svolta. Eppure mi sono un po’ scaricata e mi sento psicologicamente a posto. Certo non è come correre all’aria aperta come facevo quando mi sentivo Forrest Gamp al femminile, oppure andare a giocare a pallanuoto nelle sere estive.
Si fa quel che si può.
Non cederò comunque a tutte le cazzate che ci propongono annualmente: lo spinning in piscina, lo spinning mentre ti butti dal paracadute, lo step, lo step con la bici sulla testa, la palla ultra-dimensionale per tonificare, il GAG che non fa ridere, il tiro del bicipite. Per non parlare poi del personal trainer. Attorno ai quaranta anni molte persone che non hanno mai praticato una vera attività agonistica si rifanno col personal trainer, che a quanto ho capito è un tipo muscoloso che ti segue mentre tu sudi, ti prende i tempi mentre nuoti, ti palpa per controllare massa grassa massa magra, ti programma l’allenamento. Avessi un tipo muscoloso continuamente alle calcagna penserei di farci tutto meno che usarlo come personal trainer.
Comunque c’è anche chi prende lo sport come un intermezzo dei pasti, si mangia un bel cannolo siciliano prima e programma una lauta cena dopo. Oppure chi non ce la fa proprio, il vero pigro che adora l’ascensore, l’automobile, il divano, le ciabatte. Sarà anche poco salutare, ma è sicuramente più simpatico di quelle tipe acide e psicologicamente deviate che spendono 150 euro per un completino da aerobica da ficcarsi bene bene nel culo, ehm, nei glutei privi di massa grassa.

giovedì 17 settembre 2009

Mamma, mi si e' ristretto il garage

Ci dimentichiamo presto i disagi passati e le cattive abitudini. Non ricordavamo più, dopo pochi mesi, le insidie del traffico genovese, delle strade imbriccate e dei parcheggi tipicamente liguri. Chiunque riesca a parcheggiare nel parcheggio sotterraneo di Piazza Baracca a Sestri Ponente, o in quello di Piccapietra del centro, già stretto e confinante con pareti e colonne, riuscirà a parcheggiare ovunque.
Camogli resta un luogo spettacolare, ma abbiamo girato per i bricchi e siamo poi finiti in un parcheggio a pagamento appena prima di decidere di bruciare l’auto e farci restituire i soldi dall’assicurazione. Forse avremmo risparmiato rispetto ai 13 euro spesi al parcheggio. D’altronde c’è anche chi usa il garage come fosse un posto auto.


I ciottoli arrotondati dal mare tipici delle spiagge liguri si prestano ad interessanti giochi per i bambini. Il mio piccolo, quello di tre anni e mezzo, mi ha chiesto: “Mamma, perché i sassi cadono?”. Un genio! Ho pensato io. Un piccolo Newton in erba. “Perché c’è una forza, chiamata forza di gravità, che attira la massa verso il basso”.
“E perché?” Ha continuato lui. Sinceramente non so perché due masse si attraggono. In effetti gli ho solo spiegato un fenomeno fisico, non l’ho motivato. Fortuna che si dimentica presto e comincia a correre su e giù per gli scoglietti col suo fare sbadato, rischiando di cadere in acqua, e visto che non sa nuotare mio marito ovviamente cerca di fermarlo. A quel punto mi si avvicina una signora piccola, magra, pallida e pulita. Mi carezza la spalla, educatamente inizia a parlare “Sa signora, la Madonna sta mandando sulla Terra dal 2000 dei bambini molto intelligenti, dalla personalità molto forte. Ma molto difficili per i loro genitori. Non si deve preoccupare, perché sono loro che salveranno il mondo. Mi perdoni se le dico questo, ma può trovare tutto su www.stazioneceleste.it.”


La guardo, le sorrido, la saluto, e osservo i miei figli che, insieme ad altri bambini, con delle pietre cercano di affondare alcune piccole meduse in mare sotto il molo.

lunedì 7 settembre 2009

Vitangelo


Venerdì scorso, a mensa, una mia amica e collega mi ha detto che ho la gobba. Poi, non so se per migliorare o per precisare l’affermazione, ha continuato “O meglio, le spalle sono dritte, è il collo che sta in avanti”.
Come i piccioni!
Mi avesse detto che avevo le puppe piccine, o le braccia troppo muscolose, avrebbe sfondato una porta aperta. So benissimo di questi miei difetti, con cui convivo pacificamente. Ma questa del piccione!
Ho passato le successive ore della giornata dritta come una giraffa. Una postura ovviamente impossibile da tenere per troppo tempo. Poi ho cominciato a riflettere: forse è per questo che trovo un sacco di cose per terra (monete, bracciali, anelli). Forse è per questo che soffro spesso di mal di collo.
Mi sento come Vitangelo, il protagonista di “Uno, nessuno e centomila”, che dopo un appunto della moglie circa il suo naso, cerca di capire come lo vedono gli altri e di cogliere il suo vero io. Ma oggi, con i nuovi mezzi della tecnologia, dovrebbe essere più semplice. Basta che qualcuno mi riprenda a mia insaputa, mentre cammino. Poi potrei rivedermi con calma e capire l’entità del mio essere piccione.
Volontari?

lunedì 31 agosto 2009

Mamme moderne (2)

Mamma Topa (al mare)
La mamma Topa è molto carina e curata, a partire dal costume da bagno, per arrivare ai vestiti con cui si cambia la sera per venire via dal mare, passando attraverso i tatuaggi, piccoli e pochi, in posizioni strategiche. Analogamente babbo topo. E così i topo figli.
Il problema è quando mamma topa apre bocca; anziché squittire, grufola.
Rivolta al figlio piccolo, grida in continuazione “Topo, smetti di tirare la sabbia, tuffati, nuota, vieni a fare merenda, asciugati, fai la doccia”. Ogni tanto la mamma Topa sviene al sole per ore e non ca’a i suoi figli topo, che nel frattempo rischiano la vita su un materassino alla deriva col libeccio. Poi si sveglia e riparte con le grida di cui sopra “Smetti di tirare la sabbia, tuffati, nuota, vieni a fare merenda, asciugati, fai la doccia”. Che soffra di narcolessia e perdita di memoria a breve termine?
Unica eccezione, la gara di tuffi. Nel caso in cui la Mamma Topa voglia far superare al figlio Topo gli altri figli Topo in capacità acquatiche, cambiano il tono e l’attenzione “Dai, tuffati di testa che ti riesce, nuota a stile libero fino alla boa, vai in apnea”. Ovviamente il figlio fa orecchie da mercante, anzi da Topo mercante “Così impari a non ca’armi per ore, spalmata sull’asciugamano sotto il sole” mormora tra sé e sé. E le tira una zoccolo (di legno) del Dottor Schulz sulla testa “Almeno ciai una scusa buona per dormire”.
Mamma Ansia
La mamma Ansia è coerente e stridula. Pensa che tutto si possa risolvere con l’amuchina, un po’ come nel “grasso grosso matrimoni greco”, dove il padre della protagonista risolveva tutto col Vetril, anche la psoriasi. Mamma Ansia è onnipresente, ha riflessi di giaguaro nel raccogliere il figlioletto durante la caduta un attimo primo che rovini per terra, è pronta a gridare alla prima sbucciatura ed a versare litri di disinfettante su un ginocchio appena grattato. Quello che teme di più Mamma Ansia sono comunque gli altri bambini: sporchi, brutti, ma soprattutto mordaci e quindi portatori di innominabili malattie. Per questo preferisce tenere lontano il suo bambino da parchi gioco o spiagge affollate, e preferisce rincoglionirlo con i giochi noiosi e inutili che riesce a propinargli. A Mamma Ansia piace molto chiacchierare con le altre mamme, soprattutto delle proprie misure igieniche e della scarsità delle misure igieniche seguite dalle altre mamme.
Un giorno Mamma Ansia si distrasse un attimo dalla scansione effettuata sul figlio ogni cinque minuti, e lo sorprese a giocherellare con una pallina. “Amore, con cosa giochi?”. Ovviamente pensava fosse una pallina di legno per odorare gli armadi, imbevuta di amuchina. “Mamma, è una palla di merda, ed è bellissima!”, rispose il bimbo. Mamma Ansia svenne e restò priva di coscienza per il resto della giornata. Suo figlio invece si divertì moltissimo.
Mamma Falso-Alternativa
La Mamma Falsa Alternativa recita a livello più o meno conscio la parte della mamma diversa, o artista, o eccessivamente distratta, per non ca’are mai i figli; in realtà non ha voglia di fare una sega. Si appella spesso ad avanzate teorie della pedagogia moderna a sostegno del suo atteggiamento annoiato verso i figli, che abbandona continuamente a se stessi, appoggiandosi possibilmente a nonni o amiche di turno. Predilige il divano, la sdraio, le panchine dei parchi. Come Mr. Magoo, gode di una fortuna sfacciata che permette ai figli di scampare i pericoli che sfidano quotidianamente nel loro libero scorrazzo. La domanda base resta comunque perché la Mamma Falso-Alternativa ha deciso di avere dei figli, ed in genere più di uno, per poi abbandonarli a se stessi. A parole, questo genere di Mamma sostiene di adorare i propri figli, di fare tutto per loro, di passare intere giornate con loro. I fatti ovviamente la smentiscono. Se una Mamma Falso-Alternativa incontra una Mamma Ansia, la prima inconsciamente approverà tutti i comportamenti della seconda. Se un figlio di Alternativa si avvicina al figlio di Ansia, la seconda gli si avventerà addosso per allontanarlo al grido di “Ciai le bolle!”.

martedì 25 agosto 2009

Estate 2009


Devo ammettere che quest’anno, con il nostro rientro in Toscana, l’estate ha assunto nuovamente il suo significato. Ovvero mare quasi tutti i giorni, tuffi, capelli bruciati dal sole, caccia di granchi e favolli, bavose e gamberetti, da liberare in mare alla sera. I bimbi sono ormai degli animaletti neri e scalzi, si lavano i piedi dopo cena lasciando impronte sporche nel bidet. Davvero poco igienico, e molto divertente.
Una sera durante la settimana di ferragosto siamo andati a Campiglia Marittima, attrezzata per l’evento “Apriti Borgo”. Il paesino, arroccato su una collina toscana, merita davvero una visita. Durante questo evento poi, si anima di musicisti, giocolieri, fumettisti, bruschette, guerrieri in stile medioevale. Quello che mi ha colpita di più è stato vedere la gente cenare in piccole case arroccate, con la porta aperta per prendere fresco, come si usava una volta, quando ci fidavamo dei vicini. Ed il circolino ARCI dove abbiamo preso un caffè per 0.5 Euro ed un bicchiere d’acqua della cannella gratis. Sedie impagliate, tavolini in formica, e la vista della foto di cui sopra.
Invece, durante una giornata trascorsa alla Torre della Meloria, col pesce legato ad un legno a caccia di favolli da prendere con le mani, i piedi in bilico sugli scogli della battigia e le mani nelle buche erbose, è uscita una murena. Nera, coi suoi pentolini gialli, e la testa di scuro serpente, probabilmente attratta dal pesce esca, mi ha spaventata tantissimo. Il morso di una murena non è assolutamente piacevole, e devo aver fatto un salto non da poco per tagliuzzarmi così la mano sugli scogli e per spaventare tanto il mio bimbo.
Comunque le serate al mare hanno davvero qualcosa di magico. Non me lo ricordavo più.

Il rientro in ufficio è stato piuttosto pesante, ma ancora qualche scampolo d’estate resiste nei mezzi pomeriggi che passiamo a tuffarci. Fa ancora caldo!
E poi, appena tornata al lavoro, ho imparato un nuovo termine grazie al nostro collega più giovane: sesquipedale. Qualcuno ha pensato a Sestri Levante, io ad un tandem a sei pedali, invece deriva dal nome dei mattoni di un piede e mezzo usato dagli antichi romani, ed è un aggettivo atto ad indicare paroloni lunghi e ampollosi, oppure discorsi esageratamente lunghi.
Non si finisce mai di imparare.

venerdì 7 agosto 2009

Mamme moderne

Come al solito non faccio media e non faccio maggioranza. Del resto non ho neanche votato Berlusconi, né ho mai portato le scarpe con la punta quando erano di moda.
Scorrendo mentalmente le mie amiche e cercando tra queste le mamme non lavoratrici ne scovo solamente una. Se includo anche tutte le mie conoscenti arrivo ad aggiungerne quattro o cinque. Avrei detto, a senso, pensando anche di dimenticare qualcuno, che il 70% delle mamme in Italia lavora. Evidentemente anche le mie conoscenze sono fuori media. Scopro da un documento ISTAT che nel 2001 in Italia lavorava il 47,3% delle donne, il 73,5% in Svezia, il 48,8% in Grecia ed il 51,6% in Spagna. Nel 1999 il tasso di occupazione delle mamme era del 44,9% in Italia, il 41,5% in Spagna e del 48,4% In Grecia.
Comunque hanno ragione. Voglio dire, queste mamme non lavoratrici, hanno ragione. Almeno in Italia. Dove è davvero un disastro. Finita l’era della famiglia allargata, dove si conviveva tutti insieme in uno stesso appartamento, genitori zii e nonni, tra liti e supporto reciproco, era certo più facile portare avanti i figli. Finita l’era della famiglia semi-allargata, con la convivenza di una nonna nella stessa casa, ed il conseguente supporto che ne derivava.
La mamma del 2000 è rimasta sola.
I papà aiutano, o meglio alcuni papà aiutano. I nonni talvolta aiutano, ma con l’aumentare dell’età media del primo figlio, che per una donna in Italia si attesta attorno ai 30 anni, pretendere che i nonni reggano il colpo di un lattante e poi di bambini saltellanti, è difficile.
La società non aiuta. Ci sono gli asili e le scuole materne. In alcune città offrono servizio fino alle 18 ed oltre (ad esempio a Genova), in altre fino alle 15.30 - 16 (ad esempio a Livorno). Nell’ipotesi di una mamma che lavori a tempo pieno, devono intervenire i nonni o la baby sitter.
Alle prime linee di febbre, un dramma. Prima ovviamente la preoccupazione per la malattia, poi per la sistemazione del figlio. Chiamare tata o nonni così all’improvviso può essere difficile. Organizzarsi col lavoro, altrettanto.
Con la scuola, altro dramma. Si aggiungono anche i compiti da fare, e l’uso ormai diffuso di pretendere che siano i genitori a saperli far fare ai figli. E poi arriva l’estate. Che bello! Più di tre mesi di vacanza in cui non si sa assolutamente dove piazzare i cari pargoli. Con le ferie, impossibile coprire un periodo così lungo. E allora le mamme cominciano a lambiccarsi il cervello.
In effetti, anche in quei fortunati nuclei familiari in cui il papà offre un grosso aiuto con i figli, la parte organizzativa resta comunque appannaggio della donna. Al grido di “Sei tu che sei brava in queste cose!”. Evviva, come risolvere il cubo di Rubrik.
Si comincia a ricorrere ai campi estivi, che costano, alle tate estive, ai nonni estivi. E se si ha più di un figlio, soprattutto nel caso di considerevoli differenze di età, si finisce per portarne uno da una parte, uno dall’altra, per poi arrivare al lavoro già esauste. Con l’incubo di dover ripetere tutto il tragitto in senso inverso.
Evviva! Ma non esiste più lo scuola Bus?
Oltretutto, si ha sempre l’idea di trattare i propri amati successori come pacchi da scaricare nell’Hotel delle Cose Accudite, diventano praticamente un problema da risolvere.
Siamo sicuri che la condizione della donna sia davvero migliorata nel corso degli anni? O forse si sono semplicemente aggiunti nuovi oneri ed altri pesanti sensi di colpa verso una maternità affaticata dall’incastro di tempi e impegni?

Si stava meglio quando si stava peggio.

mercoledì 5 agosto 2009

Un po' grande un po' piccolo

Sono grande perche' vado alle palline da solo, a volte sono piccolo perche' ho paura del lupo.

Stile di vita

Dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. Il pianeta non potrà reggere a lungo e seguire il ritmo che stiamo tenendo. È assurdo supporre il contrario. Basta guardarsi intorno, osservare i nostri mari, le nostre spiagge, le nostre scogliere, i prati, i boschi, i monti e le colline. Bisognerebbe multare chi butta la spazzatura per terra, chi non fa la raccolta differenziata, le industrie che non rispettano l’ambiente. Dobbiamo minimizzare i rifiuti alla fonte. Le bottiglie di plastica per l’acqua sono dannose, andrebbero vietate. La maggioranza delle persone che non effettua la raccolta differenziata getta ovunque i suoi rifiuti indifferenziati, ovvero di tutto dove sta solo la plastica o solo la carta. E pensa che si possa andare avanti così. Ignoranza e superficialità. Il pianeta è uno solo, questo. Usiamo troppi imballaggi per la nostra merce usa e getta, un euro per una pallina di plastica con dentro un sacchettino di plastica e poi un regalino del cazzo. Si potrebbe almeno evitare la pallina contenitore. Perché a mia mamma portavano il latte in bottiglia di vetro e poi ritiravano e riutilizzavano il vuoto, mentre noi buttiamo via il tetrapak subito dopo aver bevuto il latte?

Le automobili, il mondo è delle automobili e non degli esseri umani. Buttiamo giù alberi secolari in parchi cittadini, ultimi polmoni verdi delle nostre città, per costruire parcheggi. Asfaltiamo per costruire nuove strade, che non saranno mai sufficienti se non cambieremo il nostro modo di vivere e spostarci. Dove prima c’erano i cortili per far giocare i bambini, adesso ci sono parcheggi condominiali con striminziti giardinetti. I centri cittadini si svuotano ed i grandi centri commerciali hanno la meglio perché c’è il parcheggio e lì si parcheggia con facilità. Potenziamo i mezzi pubblici! Dopodiché la seconda auto potrà essere considerata alla stregua di un bene di lusso.

Non sopporto questa umanità arrogante e consumista, che vive dell’usa e getta, e che crede che tutto possa continuare così.

Il pianeta necessita della nostra attenzione.

venerdì 31 luglio 2009

RU486

È arrivata oggi anche in Italia la pillola abortiva RU486. Potrà essere utilizzata solamente in ospedale ed entro il quarantanovesimo giorno di gravidanza.
Il Vaticano condanna l’uso della pillola ed informa che comporta la scomunica automatica.

mercoledì 29 luglio 2009

Aria condizionata

Sarà capitato anche a voi di guidare alle 15 di un pomeriggio di luglio col sole in fronte che, filtrato dal cristallo del parabrezza, ti surriscalda braccia, gambe e bacino. Soprattutto se si indossa la gonna, l’effetto è devastante. Le gambe nude sfregano l’una con l’altra nel movimento dei pedali freno frizione acceleratore, le cosce cominciano a sudare, e proprio lì nel mezzo si suda al punto da avvertire un soave sciacquettio, come di cozza sullo scoglio sfiorata da un’onda ballerina.
Decido di accendere l’aria condizionata e direzionarla proprio lì, scorro velocemente con lo sguardo i tasti sul cruscotto, sicura di trovare la soluzione.
Posso direzionare il flusso fresco sui piedi, frontalmente, oppure sui piedi e frontalmente allo stesso tempo. Posso decidere la temperatura del lato destro e del lato sinistro dell’abitacolo. Possibile che non ci sia un tastino con su disegnato un pisello o una topa per tenere le palle o i peli al fresco? Non ci posso credere!

Ha ragione il mi’ babbo, gli ingegneri sono tutti scemi.

lunedì 20 luglio 2009

Pomodorini tutto l'inverno

Vi spiego come preparare i pomodorini che, a detta della famiglia di origine di mio marito, dureranno tutto l’inverno.

Per la coltivazione: comprare le piantine da un vivaista e disporle in file binate a inizio giugno, sorrette da canne. Siccome è già tardi, potete comprare i pomodori pallini dal verduraio di fiducia o alla Coop, anche se in realta' il vero pomodoro pallino e' molto difficile da trovare. A questo punto dovete legarli a grappolo usando uno spago, come nella foto sotto (quattro generazioni al lavoro).


I miei suoceri sostengono che il pomodoro si conserva integro e può essere consumato tutto l’inverno, senza bisogno del frigorifero. Usano tenere i grappoli sotto la tettoia di casa o in cantina areata. A me marcisce, forse perche' non ho una cantina ne' una tettoia di casa, perciò vi consiglio di mangiarlo tutto a breve strusciato su fette di pane toscano. A Piombino la chiamano “frega”, ed è comunque buonissima, va condita con olio, sale e pepe. In passato la “frega” era consigliato dai medici ai pazienti disabilitati, ma anche se non siete disabilitati è può essere comunque un pasto comodissimo per il mare.

venerdì 17 luglio 2009

Diversita'

La prima volta è stata attorno ai quattordici anni. Quando ho conosciuto la prima persona omosessuale, intendo. Una mia amica, una bella ragazza sorridente, una mia coetanea, energica, sportiva. Aveva anche avuto i primi fidanzatini, ragazzi intendo. A me piaceva molto, non in quel senso, come persona amica. Un giorno mi disse che aveva dei problemi, che non venivano dall’esterno come per la maggior parte di noi, del tipo che ne so che ti piace un ragazzo e lui non ti considera o ti prende in giro. Mi disse che aveva problemi che venivano da dentro, che riguardavano il suo modo di crescere. Io capii, forse perché aveva un modo di fare mascolino, ma anche io un po’ lo avevo. Comunque tacqui con gli altri amici. Una domenica pomeriggio in discoteca mi strinse la mano toccandola con fare allusivo. Mi liberai senza offenderla, lei capì, e non ripeté mai niente di simile.
Poi cominciò a fingersi ragazzo, si tagliò i capelli molto corti e si riempiva le mutande di cotone per simulare un bel pacco. Fece innamorare alcune ragazze convinte di avere a che fare con un ragazzo. Forse era più bella come uomo che come donna. Gli amici erano molto preoccupati da questo suo modo di fare, o forse molto sorpresi. Io pensavo solo che non fosse bello ingannare le persone. Quando poi la sua natura smise di fare notizia, quando poi si fidanzò con una ragazza, tutti gli amici smisero di preoccuparsi, chissà se a torto o a ragione.
La persi di vista, mi fidanzai, mi trasferii, mi lasciai. Mi piacerebbe rincontrarla, comunque la ricordo come una persona sorridente ed energica.
La seconda volta è stata più importante. Un mio carissimo amico e collega, un bel ragazzo dai modi eleganti, che si vendeva come donnaiolo incallito, ed aveva fatto strage di cuori in azienda, un giorno a casa sua mi confessò di essere omosessuale. Cazzo! E allora Barbara, Catia, la palermitana, quella di Firenze? “Tutti uomini, ho solo cambiato i nomi da maschili in femminili” mi confessò lui, e aggiunse “Ho sempre provato una certa attrazione verso alcuni ragazzi, e pensavo che fosse normale. Finché a 26 anni mi sono innamorato di un altro uomo, la mia prima esperienza omosessuale”. Io risposi “Se stai scherzando giuro che non ti rivolgo più la parola. Non si scherza su certe cose”.
Non scherzava. E neanche io. Non ho mai riportato a nessuno questa confidenza, se non di comune accordo. Mi ricordo come fosse stato impegnativo per lui fare accettare la sua natura alla famiglia, e ad alcuni amici. “Non hai trovato la ragazza giusta, Non ci hai provato abbastanza”. Innamorarsi ha poco a che vedere col provare.
In seguito ho conosciuto e frequentato molti altri ragazzi omosessuali suoi amici, ed alcune ragazze. Ho trovato in generale i ragazzi autonomi, divertenti, piacevoli, auto ironici, capaci. Sarà forse la necessità di andare subito a vivere da soli e cavarsela, senza stazionare anni in casa con mamma. Li ho a volte trovati più suscettibili del normale, e più umorali.
Un giorno una collega e compagna di studi universitari di questo mio amico pensò bene di riportare le voci che aveva sentito circa la sua omosessualità ad altre amiche e colleghe, fino ad aprire una voragine inevitabile di fuga della notizia.
“Se fai una confidenza a qualcuno, questo si sente in dovere di tenersela per sé come un tesoro, ma un pettegolezzo è qualcosa che si può vendere gratis in qualsiasi momento”.
Quando questa ragazza si accorse del risultato, chiese scusa, ma io penso di non averla mai perdonata per questo, o meglio penso di non essermi mai più fidata di lei. Non sopportavo che i gusti sessuali di una persona potessero influenzare in qualche modo la sua carriera, ed ho sempre pensato che lui avesse capacità superiori alla media e che potesse fare strada.
Adesso non lavora più con me, e più o meno tutti sanno della sua omosessualità, che non fa più notizia.
Come pensavo, questa persona ha fatto strada. Nonostante tutto.

Anche voi avete sicuramente un amico omosessuale, e forse non lo sapete.

lunedì 13 luglio 2009

Biglie colorate

Sulla spiaggia si gioca a biglie. Prima bisogna fare la pista con un secchiello o meglio ancora con un culo di bimbo trascinato per le gambe. Poi si organizzano tunnel con la rena bagnata, o cunette da superare, o buche da saltare, Ognuno sceglie la sua biglia colorata, esistono delle regole precise stabilite dai giocatori sull’ordine di tiro, su quante volte puoi andare fuori pista, se puoi chiedere o no un secondo tiro se il primo è andato male.

Alla prima biglia che esce di pista tutti i bambini gridano “Fuori uno” che in livornese suona “Fori uno”. Dopodiché hai altre due possibilità. Alla seconda è “Fori due”, alla terza e ultima o tiri in pista o salti il turno, e tutti in coro, alzando la voce “Foraci foraci!”.

Mi assicuro di aver sentito bene, mi avvicino ad un bambino sui sette anni dal fare poco timido, e gli chiedo che cosa vuol dire. Lui alza la testa dalla pista che stava studiando, mi guarda negli occhi con la bocca sporca di gelato alla crema e cioccolata, ormai secchi attorno alle labbra quasi fino al naso, e mi spiega “ Foraci lo puoi dire Fo raci, ma anche Fora ci, capito?”. “Ah”, esclamo io. Ovviamente non ho capito niente, ma pazienza. Fa comunque gruppo, quel coro di voci piccole e urlanti, fa comunque gioco. Un gioco poco strutturato, di quello vero, di quello divertente e puro.

I ragazzi dell’animazione, appena sotto i venti direi, girano tra i gruppi di adolescenti per organizzare partite di “Asciu_Beach”, Beach Volley con l’asciugamano. Capisco bene cosa voglia dire, ma preferisco comunque il “Foraci” dei più piccini. Che almeno viene naturale, e non artificiale.

Mi chiedo come mai in un mondo così strutturato, organizzato e regolamentato come il nostro il problema più grande degli insegnanti a scuola sia far rispettare le regole agli studenti, che alle regole dovrebbero pur essere abituati.

Poi mi guardo intorno. Alla sera i bagnini ed altri addetti ripuliscono la spiaggia e la passeggiata da carta, bottiglie di plastica, avanzi di coni gelati, lasciati dagli stessi bagnanti che torneranno il giorno successivo. Nonostante i ripetuti cartelli “Si prega la gentile clientela di lasciare i rifiuti negli appositi contenitori” ormai sono tutti così abituati al fatto che qualcuno pulirà la nostra merda, da lasciarla lì sul bagnasciuga.

Invece di regolamentarci, bisogneremmo imparare tutti a responsabilizzarci.

Foraci, Foraci!

venerdì 3 luglio 2009

Questione di culo

Penso che si chiamino brasiliane, quelle slip molto basse molto piccole da appoggiare sul culo. A differenza di tanga o perizoma, che andavano su su lungo la striscia tra le chiappe, queste si fermano prima a mostrare in taluni casi la cosiddetta “canala”. Che ritrova così la sua dignità. Non solo indice di lavoro manuale (solitamente erano camionisti o muratori o contadini che, nel continuo chinarsi proprio del lavoro fisico, ne mostravano le intime pelosità), ma anche miraggio di bellezza, sensualità e desiderio.
Fanno bene, le ragazzine, ad usare questi costumi minimali. Fanno bene, i ragazzini, a non curarsene almeno in apparenza, soverchiati da così tanta abbondanza di chiappe. Il tutto rientra nella normalità dei giochi da spiaggia, dei tuffi, dei balli di gruppo e delle partite a pallavolo nella rete.
Noi donne adulte, invece, ci concediamo ad un mini pareo legato attorno alla vita, portato basso sui fianchi, come indice di eleganza, o meglio indice di chiappe mosce. Ed aggiungiamo trucco orecchini collane e ciabatte col tacco. Impossibile fare il bagno, ovviamente. Al mare si sta impalate come in ufficio, simulando indifferenza, ma sotto sotto sudando come dei maiali (ma i maiali sudano così tanto?).

Ma vaffanculo, io preferisco tuffarmi dal trampolino!

giovedì 2 luglio 2009

L'esaminatore

“C’è qualcuno che deve fare la prova pratica di guida?”
Fa un caldo tremendo su quel piazzale soleggiato alle due e mezzo del pomeriggio, rispondo che devo farla io, forse mi sente appena, mentre sbuffa “ Se non avete voglia voi, figuriamoci io” e richiude la porta.
Dopo una decina di minuti la riapre, e raccoglie con arroganza me, una ragazza, e due ragazzi. Ha un fare sgarbato, sudato e stanco nel controllare i documenti, le omologazioni, nel suggerirci i numeri per compilare un foglio.
Ho avuto spesso a che fare con persone del genere all’Università. Scortesi, pieni di sé all’apparenza, dall’aria annoiata del solo fatto che tu sia lì a sostenere un esame. Spesso non erano neanche i più cattivi, e se superavi quella scorza dura, se reggevi lo scontro, pretendevano il giusto. Sempre con maleducazione, come se fosse quello lo scotto da pagare per passare l’esame, quella la prova; resistere con educazione a certi atteggiamenti.
Ce l’ha con gli immigrati, e confessa di aver denunciato un collega disonesto che riscuoteva soldi per rilasciare le patenti. Un razzista corretto, insomma.
Manda via i due ragazzi prima ancora di sostenere la prova, forse non avevano tutti i documenti, forse mancava l’accompagnatore in auto. Io e la ragazza iniziamo la guida: slalom, otto, passaggio stretto, frenata. Poi prova su strada. Entrambe promosse.
Adesso va meglio, adesso può andare a casa, sarà meno amaro, sarà più educato.
Fino a domani.

giovedì 25 giugno 2009

S. Antimo - Stoccolma

Ho preso il dentifricio dei bimbi, quello che sputa pasta e stelline bianche e con la faccia di Shrek sul tubetto. Per non superare i ml delle recenti prescrizioni aeree, ovviamente. Al controllo bagagli ho trangugitato in un minuto il mio mezzo litro di acqua: non potevo portarlo con me, e di buttarlo non se ne parla. Ho messo la bottiglia vuota in borsa ed ho trascorso tutto il viaggio verso Monaco con una voglia irrefrenabile di pisciarci dentro tutto quello che avevo bevuto.
Alle prime turbolenze mi viene un po’ di ansia. Più passano gli anni, più si ha paura di morire, mentre quando siamo giovani e davvero è più ingiusto morire, non ci pensiamo neanche. Dieci anni fa affrontavo praticamente ogni volo con un sonno pacifico.
Avevo anche dimenticato che in aereo, e solo in aereo, si beve il succo di pomodoro; “Tomato juce?”, “Yes, with spaghetti please”. Mi verrebbe da dire alla hostess plastificata che mi chiede cosa vorrei bere.
Certo che il passaggio da domenica, a Sant’antimo, tra querce, ragni giganti, e topo mamme con topo figli al seguito, a questo mondo patinato di aeroporti, è piuttosto brusco.
Mio figlio poi mi ha salutata in lacrime.
Comunque i vestiti delle hostess sono davvero orribili. Il peggiore, quello della British: una tenda da doccia con la cintura. Gli inglesi avranno pure il pregio dell’azione, ma non certo quello dell’eleganza. Altro che “very nice”, a me sembra piuttosto “awful”.
Particolare e grazioso invece ho trovato quello della Singapore Airlines. Passabile l’azzurro della Air Dolomiti, almeno sembrano tutte degli angeli volanti.
Stoccolma me la ricordo congelata, e bellissima. Gli svedesi, congelati, logici, corretti.

Il caffè, tremendo.

giovedì 11 giugno 2009

Bambini (2)

Ieri recita di fine anno. Le recite servono ai genitori (compresa la sottoscritta) per sciogliersi in una sequela di “Guarda bellino!”, “No, bravo!”, e gridolini. E per salutare con la mano il figlioletto sul palco, per farsi riconoscere, non si sa mai. Le recite servono anche ai nonni per passare un paio d’ore in una sala calda, affollata, e su una seggiola di plastica scomodissima, senza fare un lamento, miracolo che si verifica solo in questa occasione. Le recite servono alle maestre per dimostrare il lavoro svolto coi bambini durante l’anno. Non servono praticamente a niente ai bambini, se non a svolazzare su un palco, ignari del motivo.
Comunque ieri c’erano formiche e cicale. Il mio era una cicala. Ho riciclato il vestito del nano Cucciolo, l’ho messo al contrario di modo che i bottoni rossi stessero all’interno, ho creato le antenne con del filo per stendere e le ho chiuse attorno ad una fascia per capelli usando degli elastici verdi. Ne è venuto fuori un piccolo leghista con le antenne, ed ho capito di aver sbagliato tutto. Mentre io cercavo di creare qualcosa di originale e simpatico, ho capito che invece ai bambini piacciono le cose semplici ed il più possibile vicine al quotidiano, per cui sarebbe stato meglio usare pantaloni e maglietta verdi presi dal cassetto di tutti i giorni e aggiungere giusto le antenne. A ragione, mio figlio si è rifiutato di fare la parte del leghista ed ha tenuto solo le antenne, che ovviamente dopo cinque minuti si sono afflosciate lungo i capelli. Del resto non tutte le cicale sono uguali, ci saranno pure quelle con le antenne pendenti.

Le recite servono anche ad un’altra cosa: sono un’occasione per le mamme per infighettarsi dalla testa ai piedi.

Peccato che era caldo, altrimenti avrei potuto riciclare il completo di Capodanno!

giovedì 4 giugno 2009

Bambini

I bambini sono ganzissimi. Ieri alla festa di compleanno al Centro di Accoglienza, o ONLUS come usa dire adesso, il responsabile dei locali e della zona giardino era un signore educato e gentile, attorno ai settanta direi, e quasi senza denti. Due o tre maschietti lo hanno circondato curiosi, ed uno guardandolo dal basso in alto ha esclamato “Il mio babbo è dentista” alludendo ovviamente ai denti. Il signore, che per comodità chiamerò Bruno, ha prontamente esclamato “ Bene, ci andrò per farmi curare”. “È in ambulatorio adesso” ha continuato il bambino, come a dire “Vai adesso, guarda in che condizioni sei”. Un altro accanto ha chiesto al signor Bruno “Te li sei rotti combattendo?”. Ad una certa età i bambini maschi basano tutto sulla forza fisica e la capacità di lottare; penso sia un’esigenza della natura. Bruno ha risposto “Si, ero in Marina”. Sguardo ammirato di tutti i bambini, e pensieri silenziosi.
Quando ho chiesto al signor Bruno se voleva mangiare o bere qualcosa ha risposto “No grazie, ma potresti prepararmi un piattino per la bimba delle pulizie”. Ho preparato due piattini abbondanti, poi Bruno ha aggiunto “È una signorina di 43 anni, signorina perché ha ancora il buco da signorina. Non è del tutto normale, ma pulisce bene ed è golosa”.
Ho aggiunto un altro piattino con delle fette di torta al cioccolato. Spero che la signorina sarà contenta, e soprattutto simpatica come il signor Bruno.

mercoledì 3 giugno 2009

Capelli corti

Porto i capelli corti. Non li porto da sempre, ma li ho sempre portati, a fasi alterne intendo. Comunque, o lunghi o corti. Per me tagliare i capelli così è come fare un tatuaggio; marca indelebilmente un cambiamento. L’ultimo taglio deciso risale alla nascita del primo figlio, e da lì, sempre corti. Sono quasi cinque anni.
Comunque molte donne dai capelli lunghi mi dicono “I capelli corti vanno saputi portare”. Che cazzo vuol dire? I tacchi vanno saputi portare! Se non li sai portare, cadì giù dalle scale. Coi capelli corti non vedo nessuna difficoltà. Allora ho deciso di rivolgermi ad un’esperta. Giovedì scorso sono andata dalla parrucchiera e le ho chiesto cosa significa secondo lei saper portare i capelli corti. Mi ha risposto che solitamente le donne con una forte personalità portano i capelli corti, mentre quelli lunghi servono anche a nascondere il volto.

Se lo stesso vale per i peli, sono debolissima.

martedì 26 maggio 2009

Uno di noi

Ho pensato parecchio a questa vicenda. Con dolore, pur non conoscendo direttamente il protagonista, ma sempre pensando ad uno di noi. Con gli stessi nostri problemi; la vita è un’altalena. Inizialmente l’ho pensato anche come un Cristo aziendale, che si era sacrificato a simbolo dei nostri disagi e delle nostre gravi difficoltà. Illusa; un Cristo oggi non ha nessuna risonanza. Qui ti notano solo se partecipi al Grande Fratello o mostri il culo ad una cena con papi. Di un povero cristo come noi, uno di noi, purtroppo non interessa niente a nessuno. Al massimo un trafiletto sul giornale il giorno dopo. Ed un grande vuoto nel cuore di coloro che lo hanno conosciuto, amato, e che gli erano amici.
Nessuno può ritenersi immune, nessuno può dire “Io non lo farei mai”.
Come certi momenti difficili a livello familiare possano intrecciarsi con una situazione aziendale obiettivamente faticosa, con la sensazione di essere continuamente braccati da una falce che vuole portarti via anche la dignità del tuo lavoro, è di ardua valutazione.
Sicuramente questi grigi signori, i Signori del Denaro, non l’avevano previsto. Pensando di monetizzare tutto, le nostre frustrazioni, le nostre incertezze, la paura di perdere il posto di lavoro e con esso un ruolo oltre che un salario indispensabile per vivere, non avevano previsto che a qualcuno non interessassero quei soldi e preferisse saltare.

Non fatelo mai! Fanculo a tutto.

mercoledì 20 maggio 2009

Supermercato

A Genova facevo la spesa on line al Basko (o alla Basko come dicono i genovesi). Arrivavano in tarda serata due ragazzi vestiti di verde e scaricavano in salotto la quantità immonda di Roba che una famiglia consuma mediamente in due settimane. I miei figli li hanno presto scambiati per dei messi di Babbo Natale; penso siano ancora convinti che ci portassero tutto spontaneamente e gratis.

“Mamma, guarda cosa ci ha portato la Basko!”

“I biscotti! Chissà come faceva a sapere che li avevamo finiti!” Rispondevo io ridendo.

Comunque avrei baciato quei dipendenti in verde ad ogni consegna. Mi risparmiavano il viaggio in auto, il tentativo di parcheggio, il tentativo di ricordarmi dove avevo parcheggiato (C4, F9, colpito e affondato), il vagare incerto presso file di materiale colorato in un ambiente affollato, il rimbombo delle voci, la totale mancanza di luce naturale, il frullato di cervello che ne deriva, la corsa all’offerta. È incredibile come un’adorabile massaia si trasformi, al momento degli acquisti, in un vorace avvoltoio. Che si getta con aggressività su ogni 3x2 disponibile, anche se l’offerta riguarda dei turbo-iniettori.

Ho visto carrelli carichi di Pampers super scontati guidati telepaticamente all’uscita di un Iper mercato ancor prima che si aprissero le porte, e code incontrollabile ammassarsi alle porte scorrevoli di vetro in attesa dell’apertura, e poi corse al banco come i ragazzini prima di un concerto del cantante preferito.

Per non parlare poi della scelta della cassa più veloce; c’è chi rivolge alla cabala e paga un’apposita cartomante allo scopo di velocizzare il processo di pagamento. Se poi ti metti in coda con un solo pacco di assorbenti, come a dire “Mi sono venute, li avevo finiti, per favore fatemi passare” scopri quanto la distrazione sia un magnifico alibi. Nessuno sembra notarti, nessuno ti rivolge lo sguardo, non sia mai che debba farti passare avanti.

Le fasi più critiche restano comunque due:

·        Dopo aver pagato, come evitare di mettere le fragole in fondo al sacchetto ed un fustino da 5 litri di detersivo sopra, come imbustare tutto il più velocemente possibile, come pagare senza che sguardi indiscreti di circa 50 persone nei paraggi scrutino il PIN del tuo bancomat.

·        Al reparto frutta e verdura, come aprire il sacchetto quando si è già infilato il guanto di plastica (ho visto persone cucciarne i bordi ed usare la lingua) e come indovinare se le mele che hai appena preso sono “Golden” (ovvero 35), “Fuji” (140), “Granny” (radice di 4) o “Renette” (risolvere l’espressione sullo scontrino della bilancia).

 

Evviva la Basko on line!

venerdì 15 maggio 2009

Le cose che vorresti fare, ma che non osi mai fare, e perchè



Sinceramente vorrei vivere in un mondo più libero e meno convenzionale.

Vorrei poter leccare il coperchio in simil-alluminio dello yogurt senza dover lasciare lì tutta quella roba buona, o dover ricorrere al cucchiaino che ne raccoglie solo una parte.

E poi perché non si può?

Perché non sta bene.

Ma io veramente sto benissimo e vorrei anche annusarmi l’ascella in pubblico quando penso di aver sudato, ma non è bello farlo davanti alla gente. Nessuno mi spiega il motivo vero, eppure è così. Vorrei anche togliermi le mutande dalla riga del culo con la mano, attraverso i pantaloni, quando si insinuano proprio lì, perché sono fastidiosissime, ma è maleducazione.

Maleducazione è rubare, fare del male, buttare per terra la spazzatura, inquinare, maltrattare gli altri. Tutto quello che faccio su di me non è maleducazione.

Non vorrei scaccolarmi, le caccole mi fanno schifo, né sputare perché non è giusto sporcare il suolo pubblico.

Vorrei però togliermi il cerume dall’orecchio e controllarne la consistenza e l’odore, la trovo un’attività utile e salutare. Ed anche annusarmi gli umori nelle mutande, per capire se ho un aroma accattivante.

Ovviamente non ammetto rutti e scurregge; il cattivo odore può dare fastidio a chi ti è accanto. Eppure ricordo una volta un amico, che adesso lavora per una TV locale, riscaldandosi i muscoli prima di un allenamento di Judo, mollarne una folgorante dalla posizione a candela. Si rannicchiò per ben dieci minuti, rosso dalla vergogna, senza guardare nessuno, mentre noi che stavamo facendo uchi-komi facemmo piazza pulita attorno a lui non tanto per il puzzo, che non ricordo di aver sentito, ma quanto per simulare le risate. Più che maleducazione, quella fu come una godibilissima battuta.

lunedì 11 maggio 2009

La bugia più diffusa












“Ciao come stai?”. In un nanosecondo scorri gli ultimi mesi quanto ad amore, lavoro, salute, quotidianità, ed in modo automatico rispondi:

“Bene” della serie non mi rompere i coglioni.

Oppure “Bene, e tu?”, così da rimbalzare sul tuo interlocutore la responsabilità della risposta.

O anche “Abbastanza bene” o “Ora bene” quando proprio non riesci a nascondere che si, in effetti, qualcosina è andato storto.

Queste frasette sono davvero la bugia più diffusa e più reiterata, chi ti pone la domanda non è sicuramente in quel momento tra i tuoi amici intimi, altrimenti saprebbe già tutto della tua vita privata, e tu non hai proprio voglia di lamentarti con lui e fare la figura del lagnoso.

Ecco, ma non si potrebbe piuttosto chiedere qualcosa di altrettanto banale, ma di più facile risposta tipo:

“Ciao, che cosa hai mangiato per colazione?”, oppure “Ciao, di che colore sono le tue mutande oggi?”, e ancora “Ciao, hai fatto la cacca stamattina?”.

 

Sarebbe sicuramente meno imbarazzante.

giovedì 30 aprile 2009

Cane

Come un cane. Lo compri, lo nutri, gli dai un posto per dormire. Lui obbedisce. Su la zampa, e lui tira su la zampa. A cuccia, e lui a cuccia. Prendi la palla, e lui corre a prendere la palla. Zitto, abbaia, prendi il guinzaglio che usciamo, ecco un biscotto sei stato bravo. Il cane felice scodinzola al padrone e lo accoglie con affetto, quando lo vede arrivare, ha molta fiducia in lui, si prende anche qualche colpo di guinzaglio a volte, abbassa le orecchie e accetta il castigo.
Adesso però basta cane, non mi servi più, vado in ferie in America, ti abbandono su questa strada provinciale, qualcuno di adotterà, o forse sarai investito da un’automobile in folle corsa, non importa.

Mio caro padrone, vorrei tanto morderti per trasmetterti questa mia RABBIA.

martedì 28 aprile 2009

La ragazza del secolo scorso

“… i lavoratori, la classe operaia, sono sempre là – checché si vada raccontando - ma che si muovono e manifestano e visualizzano soltanto quando si sentono uniti e in condizione, se non di vincere, di andare avanti. Non hanno il gusto della disobbedienza, hanno cose più serie cui dare la priorità, per esempio come vivere. Magari male ma vivere. In quegli anni li vidi scendere e salire nei tram e attraversare i cancelli sotto gli occhi dei guardiani, ci salutavano a distanza, ben stretti a un salario che si poteva perdere, poco inclini anche allo scherzo amarognolo che sta da secoli al fondo dell’umorismo lombardo – il quale poco sa di momenti di libertà, se non sei padrone di altri non lo sei neanche di te stesso.”

Scrive Rossana Rossanda parlando degli anni 1948 - 1950. Oggi, anno 2009, non vedo molte differenze, se non quella culturale: i nuovi operai siamo noi, diplomati e quasi sempre laureati, e ci chiamano impiegati. Il resto, identico.

venerdì 24 aprile 2009

Cena tra donne


Se c’è una cosa che non mi piace sono gli ambienti tutti femminili. Prima di tutto, non ci sono abituata, sin dalla scuola al Judo praticato per anni alla Facoltà di Ingegneria sono sempre stata in minoranza, e mi è sempre andato bene così. E poi non mi piacciono i pettegolezzi, le lampade solari e le unghie perfette, i troppi arrovellamenti e l’acidume. Ecco.
Ogni tanto vedo con piacere le mie amiche, e le amiche delle mie amiche, ma deve essere un evento particolare, un’occasione, un momento diverso.
L’ultimo è stato un aperitivo nei vicoli di Genova qualche anno fa, come al solito rimasi imbottigliata nel traffico e ci misi più di un’ora per percorrere sei chilometri, parcheggiai in zona Acquario con una gran voglia di bruciare la macchina e la macchinetta che ronzando mi dette il biglietto della durata del parcheggio, e raggiunsi raggiante le altre.
Stasera abbiamo una cena presso un agriturismo; sono sicura che sbaglieremo strada due o tre volte, che cercando di fare il pieno finiremo per essere risucchiate dal tubo del distributore di benzina, e che entrando nell’agriturismo esclameremo raggianti che è stato facile (borbottando alla vicina che questa cena sarebbe comunque stato meglio farla in un luogo più semplice da raggiungere).

Spero solo di non infilare il tacco in una merda.

martedì 21 aprile 2009

Megaconcerto di beneficenza

Mi è venuto in mente il Megaconcerto di beneficenza di Benni, letto qualche anno fa. È curioso come la memoria ti apra a volte certi ventagli di cui avevi dimenticato il disegno, e ti restituisca i colori che ti avevano colpito, aggiungendo dei tratti che magari non facevano parte dell’immagine originaria. È bastata un po’ d’afa per farmi ritrovare quel ventaglio.
Ho il ricordo di una marea di politici, VIP, cantanti famosi, manager aziendali (personaggi di quel libro), intenti ad organizzare questo grande evento mediatico con enorme dispiegamento di forze e denaro, parte del quale da devolvere appunto in beneficenza. Forse un baraccone per fare bella figura, e per creare fama e lavoro ad alcune persone scelte ad hoc, i raccomandati, le puttane, i leccaculo.
Si farebbe molto prima a prendere tutti quei fondi e donarli zitti zitti, compresi quelli per mettere in piedi lo show di cui sopra, se quello è lo scopo vero.

D’altronde ci fu un altro signore che insegnò a donare senza superbia, senza vanto, senza esibizionismo. Mi ci arrovellai parecchio da piccina, dopo qualche ora di religione; ma se si dona in silenzio, come si fa ad essere di esempio? Che le cose prima o poi si vengano comunque a sapere?

mercoledì 15 aprile 2009

Percorsi


Stamattina ho fatto la mia prima cavalcata su quello scooter enorme che mi ostino a domare. Avrei pianto ad ogni incrocio e ad ogni buca del mio percorso, per non parlar delle rotatorie, questa magica invenzione moderna che può portarti ovunque nonostante giri sempre su se stessa. Sul treno ho finalmente aperto il mio libro, quando è arrivata la solita tipa; un incrocio tra ragazza e signora, le scarpe decolté nere col tacco a tronco di cono ed una delle sue giacche colorate, una grossa borsa a tracolla, ha cominciato a cinguettare con una sua amica parlando di “Amici” come se davvero fossero suoi amici. Le simpatie e le antipatie si annusano e si sfiorano, dopo non si può più farci niente. Non vorrei proprio dover conoscere questa persona per confermare che mi sta veramente sulle palle. E poi sarà l’orario indecente e la sonnolenza del resto del vagone, ma davvero trovo la sua voce ed i suoi argomenti fuori luogo. Preferisco allora la signora sulla LAM, probabilmente sudamericana, composta su quell’autobus che io prendo al volo uscendo di corsa dal treno, le volte che indovino la parte da cui si aprono le porte.

venerdì 10 aprile 2009

Convivenza

Ormai da un mese conviviamo con i miei genitori. È una situazione temporanea di durata indeterminata che si risolverà non appena avremo una casa nostra.
Mi ero dimenticata tutto. Mia nonna, di anni 96, mentre due bimbetti spaccatutto saltano in salotto, legge “Intimità della Famiglia”, rivista dal titolo inadatto rispetto alla situazione corrente. Ogni tanto alza gli occhi e senza notare il pandemonio di giocattoli che la sta assediando esclama “Che bello avervi qui!” e si immerge di nuovo in un misto tra sonnolenza e lettura. Mio babbo ha un rimedio infallibile per tutto: il cibo. Puoi avere il raffreddore, il mal d’aria, sonno, o la nausea, basta mangiare. Ovviamente io mangio troppo poco, mio marito mangia troppo poco, e si lambicca il cervello su nuove inquietanti pietanze da portare in tavola per solleticare il nostro appetito. Comunque ci ho pensato io, con una bella busta di verdura portata nel cortile dell’ufficio da un coltivatore diretto con sopra un’etichetta con su scritto GAS. Non so assolutamente il perché di questa sigla, ma penso di indovinarla visto il puzzo che si spande in ufficio tutti i mercoledì pomeriggio all’arrivo di questo insolito carico di cipolle e porri. Nella busta c’era una specie di grossa mela verde, nodosa come le patate, che mi hanno detto essere un cavolo rapa. Certo dopo la pesca noce, il mandarancio, il mapo, mancava solo il cavolo rapa.
I miei con il passare degli anni aumentano la frequenza e l’accuratezza delle pulizie di casa. Adesso siamo arrivati al livello massimo, il 10, chiamato anche il “Ciucciaviti”. Ci manca poco che smontino settimanalmente tutte le mensole, e lecchino tutte le relative viti per pulirle prima di reinserirle nel muro.
Mia mamma e’ la ragazza Coin, francamente non ho ancora capito se ci lavora o se ne è cliente, fatto sta che vi si reca tutti i pomeriggi. Puntualmente piomba in casa mia sorella subito dopo un acquisto in vestiti fatto da mia mamma per chiedere quanto ha speso.

Ma dopo questo post, mi volete ancora bene?

mercoledì 8 aprile 2009

Collettività

Non posso non parlare di quello che è accaduto e sta accadendo in Abruzzo. Non posso non soffrire per le persone e anche per le cose (case) colpite da questa tragedia. Non condivido i “era meglio se” o “avremmo dovuto”, preferisco i “dobbiamo” e i “faremo” per imparare dal passato e non ripetere gli errori in futuro.
In questa società sempre più votata all’io ed all’individualismo, che si ritrovi il senso del noi e della collettività almeno in questi momenti difficili.
Organizziamo collette, cerchiamo di aiutare in qualche modo, siamo tutti sullo stesso pianeta.