giovedì 30 dicembre 2010

Riassunto e Promesse

Breve riassunto del 2010, così senza pensare troppo e senza ricorrere a ricerche in rete.
Le donne spesso minorenni che Berlusconi è stato accusato di aver pagato in soldi, beni e carriera politica in cambio di prestazioni sessuali.
Le ragazzine uccise o scomparse quest'anno.
Le alluvioni, la pioggia torrenziale.
Assange e la prima guerra cibernetica, tanto per farci capire come ormai sia importante dominare la rete.
Lo scandalo dei preti pedofili.
Il concordato del lavoro che si è infiltrato come un verme silenzioso nella nostra vita lavorativa mentre l'Italia pensava a Ruby.
La spazzatura di Napoli.
Il dibattito sul nucleare.
La crisi economica; sarà anche alle nostre spalle come dice qualcuno, ma per rincorrerci.
La condanna per il caso Thyssen Krupp.
Obama ed il sogno incrinato, sperando che si possa incollare.

Promesse: prometto di mettere le tende in casa e di sostituire la foto di Topolino e Paperino in camera nostra con qualcosa di più adulto, a un anno dal trasloco mi sembra anche l'ora. Prometto di essere paziente in famiglia, anche se cazzo siamo chiusi in casa dalla mattina di Natale per via dell'influenza ci portano i viveri come ai reclusi abbiamo esaurito i giochi da tavola e fuori piove. Il dottore ha detto "Non è l'influenza, quella non è ancora arrivata in Italia, ci sono appositi medici sentinella ad individuarla". Allora l'influenza si distingue da tutto il resto dei virus per il fatto che per l'influenza c'è il vaccino, per il resto anche se contagiosissimo e noiosissimo no. La medicina non è una scienza esatta.

venerdì 24 dicembre 2010

Giapponesi e Pinocchio

Ieri sul treno c’erano tre giapponesi. I giovani giapponesi, a parte gli occhi che sono piccoli invece che grandi, sono davvero come i cartoni animati. Hanno capelli liscissimi che portano un po’ ritti e un po’ davanti al viso per fare i tenebrosi. Mi chiedo se si sveglino naturalmente così al mattino o se la piega richieda ore di spazzola davanti allo specchio. Hanno la faccia tonda, ma sono generalmente magri. Usano molta oggettistica oltre all’abbigliamento, tipo spillette, ciondoli al cellulare, catenine. Le ragazze hanno le ginocchia appiccicate e piedi perfetti per lo spazzaneve, ma ritengo che questo sia un difetto di postura. Evidentemente ritengono che questa posizione sia più sexy. I ragazzi tengono le braccia aperte, le ragazze chiuse attorno al petto come nei cartoni, e ti guardano tra i capelli. Ma questo lo fanno anche molte italiane per apparire misteriose a attraenti (il famoso fantomatico mistero di Battiato). Dicono spesso Shi Ah, chissà cosa significa.


Probabilmente loro pensano che noi assomigliamo tutti a Pinocchio.

martedì 21 dicembre 2010

Il Grinch e lo spirito natalizio


“È l’avidità. Sapete dove finiscono tutti i vostri regali? Da me, attraverso il pattume. Sapeste quante orribili cravatte natalizie mi sono arrivate dalla vostra spazzatura. Volete di regalo un pony per cavalcarlo due volte e poi farne della colla. Ma c’è una cosa, una piccolissima cosa, che io salverei, ed è il bacio sotto il vischio”.

Questo è più o meno quello che dice il Grinch ai cittadini Nonsochi durante la festa della Giubilanza. E questa è la verità. Sembrerebbe un film natalizio anti Natale, ma se lo si guarda fino in fondo si riesce a capire che è invece IL vero film natalizio che cerca di riscoprire i veri valori dello stare insieme durante le feste. E non ci credo, non ci credo che non abbiate provato lo stesso rigetto di fronte a scaffali di roba, giocattoli, cose inutili, che sapete bene finiranno nel pattume. Che la crisi possa almeno salvarci da questo? Forse. Anche se il Sindachi continuerà a regalare alla fidanzata automobili nuove comprate coi soldi dei contribuenti.

venerdì 17 dicembre 2010

Quando nevica all'improvviso

"Dai bimbi che oggi le maestre a ricreazione vi portano fuori a fare a pallate"
"Davvero?"
"SI davvero!"
Per i bambini la neve è sempre una gioia ovattata, da ridere e tirare, da bagnarsi, ma chi se ne frega. Io ovviamente ho le scarpe sbagliate, quelle che respirano quando invece dovrebbero isolare, quelle un po' aperte quando dovrebbero coprire. Ho guanti e cappello. Tra colleghi ci siamo affacciati fuori a vedere questa magia bianca, qualcuno si spaventa e rientra a casa in anticipo, qualcuno tira una pallata, qualcuno si interroga sul perchè si tirino su i tergicristalli delle auto.
Marito è bloccato per strada nel traffico, senza cibo. Marito sopporta tutto, tranne la carenza di cibo.
Non riesco a chiamarlo, la rete è bloccata. Non riesco neanche a lanciargli un panino.
Non oso prendere la macchina. Non oso prendere un treno, anche la stazione è bloccata.
Aspetterò il caldo.

martedì 14 dicembre 2010

Babbo Natale è donna

Domenica Firenze. Io adoro Firenze. E chi non adora Firenze? Ogni volta che sono andata è sempre stato un freddo bastardo e umido, ho evitato caldamente l’estate, eppure adoro Firenze. Era l’ora di portarci i bimbi. Dopo una capatina ad una Fiera Natalizia con tanto di Babbo Natale sul trono, tutti in Piazza della Signoria passando per il Lungarno. Attrazione primaria; le nutrie. Tu cerchi di fargli vedere il Ponte Vecchio da lontano, e loro lì affacciatti ad osservare questi toponi marroni. Non è la prima volta. Quando andammo all’Oasi WWF a vedere gli animali, furono attirati dalle ruspe che facevano scavi ed altri lavori lì accanto. In Piazza dei Miracoli, invece che dalla Torre Pendente, furono stupiti dal pratone in pieno centro. Stavolta le nutrie. Sul Ponte Vecchio il piccolo aveva paura che crollasse in quanto vecchio. Come dargli torto? Arrivati in Piazza della Signoria mi sono sentita una merda, anzi un ingegnere di merda. Ignorante. Gli ho già spiegato la tettonica a placche, perchè per lavarsi le mani serve il sapone, il ciclo dell’acqua, come nascono i bambini, la gabbia di Faraday (ovvero restare in macchina durante il temporale), ma di fronte al David di Michelangelo sono rimasta quasi muta. “Ecco questo è il David di Michelangelo”


....

“Si chiama quasi come me” aggiunge marito.

...

Embè? Cazzo non avevo informazioni, aneddoti, mi ricordavo solo che non era l’originale. Non sapevo di chi fosse l’Ercole lì accanto, ed ho saputo dirgli a malapena che sotto la Loggia dei Lanzi era raffigurata l’uccisione della Medusa e che sulla sinistra c’era Nettuno.

UAU

Fortuna che c’era un tipo che dipingeva quadri fantastici con la bomboletta spray, sono stati tutto il tempo a guardare quello.

mercoledì 8 dicembre 2010

Basta!

L'influenza è così, arriva all'improvviso ed hai dolore ovunque. Mal di testa, mal di schiena, mal di gambe, dolori addominali. Stai bene solo a letto, e neanche tanto. In torpore, in letargo. Ogni tanto pensi, rimugini, dormicchi, bevi. Poi ti fai una grende sudata, e capisci che sta passando, magari ci vorrà un'altra sudata, sotto le coperte, ma passerà. Hai un cattivo sapore in bocca, ma va meglio.
Io mi dico, a 39 anni il mio corpo reagisce e combatte. Guarisce. Mi dico, che fortuna avere 39 anni, essere donna, essere intatta. Che fortuna. Qui già a 12 a 14 a 16 sei oggetto di violenze. Qualcuno si limita a palpare, qualcuno a mostrarti l'uccello, qualcuno ti deruba, quando va bene. Ma tu sei il sesso debole. Che brutto dire "sesso debole". Tu sei più fragile di un uomo. Non c'entra il sesso. O forse si, per loro. Allora ti picchiano, ti violentano, ti uccidono. Poi arrivano i giornalisti e intervistano le mamme, si, cercano le mamma che piangono, fa più effetto, sono donne. E ancora fanno violenza sulle donne. Poi arrivano i programmi televisivi, che mostrano culi come prosciutti e tette sospinte da reggiseni tecnologici, bocche rifatte che sembrano ventose. Violenza sulle donne. Poi ci sono quelli che ti prendono per il culo se sei brutta, perchè una donna deve essere bella truccata discinta. C'è chi ad esempio si accanisce sulla Bindi, ma dice di amare le donne. E ci sono quelli che ti aprono la porta solo se sei giovane e carina. Basta!
Basta violenza sulle donne!

venerdì 26 novembre 2010

Sono un ragazzo


Sono un ragazzo. Vado in giro per le vie della città. Non porto mai l’ombrello, aspetto che la pioggia mi bagni i capelli, e allora tiro su il mio cappuccio. Anche perchè ho una mano già occupata.


Mi accorgo che finisce il marciapiede, quando il gradino mi obbliga a scendere, allora ascolto, ed attraverso, da solo. Io non ho paura, io sono indipendente.

Nessuno mi chiede mai se ho bisogno di aiuto. Eppure stamani una persona, una donna, mi ha detto “Piove!” mentre uscivo dall’atrio della stazione. Voleva avvertirmi, perchè io non porto mai l’ombrello, aspetto che la pioggia mi bagni la testa per tirarmi su il cappuccio. Anche perchè una delle mie mani è già occupata a tenere il mio bastone. Io sono un ragazzo cieco.

mercoledì 24 novembre 2010

Grandinata

(Grazie Renzino per la foto)
“...



Strepitando vien giù candida e bella,


Batte il suol, tronca i rami, il cielo oscura,


E nelle grigie vie sonante e dura


Picchia, rimbalza, rotola, saltella;






Squassa le gronde, i tetti alti flagella,


Sbriciola sibilando la verzura,


Ricasca dai terrazzi e nelle mura


S’infrange, e vasi e vetri urta e sfracella;






E per tutto s’ammonta e tutto imbianca;


Ma lentamente l’ira sua declina


E solca l’aria diradata e stanca;






Poi di repente più maligna stride,


Poi tutto tace, e sulla gran ruina


Perfidamente il ciel limpido ride.”






Edmondo De Amicis


Ieri sera c’erano lampi a giorno. Con tuoni. Per ore. Per tutta la notte, fino a stamattina. Eravamo lì, zitti e attenti, a guardare dalla finestra, quando ha cominciato a grandinare. La strada si è ricoperta di bianco, le macchine, i motorini, si vedevano solo i solchi dei pneumatici. I bimbi erano convinti che fosse neve, e ridevano ammaliati dal paesaggio rilucente sotto i lampioni. Marito scherzava “Lo vedi domani mamma con lo scooter, crr crr gratta la strada”. E in effetti stamani mamma è partita con la tuta antiacqua da moto di marito, alto almeno 20 cm più di lei, col casco e i guantoni da neve. Pioveva, tanto per cambiare, e con le ruote schhh schhh faceva l’acqua delle pozzanghere. A Pisa l’Arno era parecchio incazzato, ed ho pensato alla “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio. Ma poi in rete ho trovato “Grandinata” di De Amicis, e mi è sembrata molto più carina. Perchè allora è molto meno famosa? Forse perchè, per fortuna, piove più spesso di quanto grandini.

venerdì 19 novembre 2010

Mi hanno rispedito il cellulare


Mi hanno rispedito il cellulare che era rotto. Hanno riparato il display e tolto il pelo di gatto. Ci ho ritrovato tutto: foto, suonerie, contatti, sms spediti e ricevuti. A parte appunto il pelo di gatto. Hanno anche spedito un cellulare nuovo per il mio collega. Che in realtà aveva bisogno soprattutto di una scheda aziendale nuova, in quanto avendo perso il cellulare precedente non si è preoccupato di toglierci la scheda aziendale prima di perderlo (che sbadato!). Quindi adesso ho il mio cellulare originale senza pelo, il muletto da restituire, un cellulare nuovo senza scheda. Ѐ molto divertente. Ma forse ho capito il messaggio. Sulla rivista aziendale c’è un articolo su una mamma di sei (S E I) figli che dice fa tutto col cellulare. Me la immagino che chiama la tata per sapere se il piccolo ha fatto la pupù, quella manda una foto del pannolino usato (peccato che non si possano inviare anche gli odori), e lei giudica se è il caso di intervenire con una purga o con un astringente. Le mamma del nord sono troppo avanti. E mi vogliono aiutare. Per questo adesso ho così tanti cellulari a disposizione. Devo seguire i miei figli col cellulare. Tirarglielo, all’occorrenza. Ovviamente avendo prima tolto la scheda.

mercoledì 17 novembre 2010

Non posso farci niente

Quando qui dentro, in questa multinazionale leader nel settore, mi parlano di "transformation", mi viene in mente questo:


Scusate, non posso resistere.

giovedì 11 novembre 2010

Un mercoledì da leoni

Mia mamma si opera al braccio in mattinata. Si è fratturata un paio di settimane fa cadendo dallo scooter (fermo). Io faccio da nonna sitter a mia nonna, di anni 97, che pur essendo piuttosto indipendente sta meglio in compagnia. Ho il permesso del mio capo di lavorare da casa per un paio di giorni. Un atteggiamento davvero illuminato.
Mia nonna la mattina cammina per casa secondo percorsi precisi ed un numero di volte prestabilito. Poi si mette in poltrona e fa ginnastica alle mani ed alle gambe, tira su quei piedi e conta. Stamani è un po’ nervosa per via dell’operazione a sua figlia.
Ho imparato che chi è molto anziano riesce talvolta ad essere indifferente ad accadimenti drammatici, e a piangere per delle sciocchezze. Sono tutti gli eventi trascorsi in anni di vivere che lasciano sulla pelle una scorsa scagliosa, ma attraverso le scaglie, talvolta a caso, esce il tenero. Stamani non ha pace, ovviamente. Di figlio ne ha già perso uno; lui era giovane ed era al lavoro.
Mia nonna mi chiede in continuazione se so qualcosa, ma visto che sono qui con lei...e quando squilla il telefono mi dice che squilla il telefono. Ogni tanto si lamenta, mormora “O cosa s’è fatta? S’è assistemata! O quanto ci mette”, forse piange, poi smette, dondola. Dopo un po’ sento l’irrefrenabile desiderio di comprare uno spinello e farglielo fumare. Anche la Montalcini sostiene che può essere utile in alcuni casi.
Pranziamo, a mia nonna piace il vino rosso, un bel bicchiere a pasto.
Poi chiama mio babbo, l’operazione è finita, mia nonna si tranquillizza, adesso può guardare la TV.
Io continuo a lavorare.
Mia nonna ha ripreso le penne:
“Ma il bimbo quando esce da scuola?”
“Più tardi, lo va a prendere marito”
“Non è ancora uscito?”
“LO VA A PRENDERE MARITO”
“Cosa urli, un son mi’a sorda”
Squilla il cellulare, lo guardo storto e leggo “Asilo”. Se siete mamme sapete benissimo che quando squilla il cellulare e compare la scritto “Asilo” o “Scuola” fate un tuffo e la vostra mente viaggia alla velocità della luce, riuscite a percepirla, questa velocità, e pensate Sièrottoundenteècadutohabattutolatestahalafebbrealta
“Pronto?”
“Sono la maestra del piccolo, ha fatto la cacca brutta già due volte”
“Va bene grazie per aver chiamato arrivo subito”.
Mentre torniamo a casa, il piccolo pesta una merda di cane. Siamo in tema. Ovviamente me ne accorgo solo dopo che la scarpina ha timbrato la poltroncina auto.
Cerco di continuare a lavorare mentre il piccolo caca una puzzosa cioccolata calda nel vasino.
Finisco con una riunione a scuola fino alle 18 e 40. Adesso potrei anche andare a fare surf.

martedì 9 novembre 2010

Bandiere rosse



Inizialmente sarà andata così: qualcuno manda una lettera o un e-mail al “Giornale”, che manda un inviato e scopre che è vero. Che a Livorno sventolano delle bandiere rosse in prossimità di un asilo. Questo inviato non si sofferma o non vuole soffermarsi sul fatto che queste bandiere sono lì da decenni a commemorare il luogo dove nel 1921 venne fondato il Partito Comunista, e che l’asilo è stato ricavato molto più recentemente dalle rovine dello stesso teatro. Questo inviato non sa o fa finta di non sapere che a Livorno appena gli dai l’occasione ti prendono per il culo, non è cattiveria, è costume locale, come il pesto per Genova o il panforte a Siena. Va da Mariastella e le sussurra in un orecchio che non sono solo i leghisti, ma anche i comunisti, a mettere simboli propri nelle scuole, e che bisogna intervenire sul rosso come si era stati costretti a fare per il verde. Mariastella è una precisa, e non sa o fa finta di non sapere che a Livorno, non appena gli dai l’occasione, ti prendono per il culo, non è cattiveria, è costume locale.

Non si rammenta neanche di quell’estate del 1984, quando dragarono il Fosso Mediceo alla ricerca di quelle famose teste che Amedeo Modigliani, secondo la leggenda, gettò nel fosso in un momento di rabbia o di sconforto proprio perchè i suoi concittadini lo prendevano, appunto, per il culo, ma senza cattiveria. Non si rammenta di quegli studenti che in giardino costruirono una scultura simile alle teste a la gettarono proprio lì, nei fossi, giusto per prendere per il culo le autorità e i giornalisti. Che ci cascarono credendole autentiche. Non sapevano o fecero finta di non sapere che a Livorno, appena gli dai l’occasione, ti prendono per il culo, non è cattiveria, è costume locale. E per ribadire il concetto, vi fu anche un artista livornese che senza sapere dei ragazzi di cui sopra gettò anche lui le sue due belle sculture nel fosso.

Insomma, arriva l’ispettore e verifica fatti e bandiere. Nel frattempo TV e stampa locali intervistano sindaco e genitori, che la prendono a ridere “Venga pure l’ispettore, e porti du’ vaini per ristrutturare l’edificio, che ne ha bisogno”.
E adesso? Ovviamente li prendono per il culo, era inevitabile: “I livornesi cianno rossa anche la fava! E la fanno perfino sventolà”, soprattutto quando c’è libeccio.

mercoledì 3 novembre 2010

La pera e il torsolo

Oggi controllo dal ginecologo. Trovo molto difficile ogni volta arrampicarmi sul lettino senza rompere il telo di carta steso sopra. Il mio ginecologo è molto didattico, mentre visita spiega ogni singola immagine che appare sull’ecografo ed ogni azione che compie.
Il mio utero è a forma di pera. Ovvero, suppongo che tutti gli uteri siano a forma di pera. Dentro c’è anche il torsolo. Il torsolo è dove eventualmente si forma il bambino, quindi siamo tutti nati da un torsolo di pera. Ho visto le ovaie, quella destra, quella sinistra, le dimensioni, mi ha raccontato del suo mal di schiena ed io del mio mal di collo, ha controllato che fosse tutto a posto nel collo dell’utero, che se vogliamo continuare il giochino della pera, l’ho immaginato come fosse il picciolo. Insomma tutto bene, la mia pera è sana. Ed io che pensavo di avere solamente le puppe a pera!
Comunque stamattina ho pensato un po’ di più a come mi sarei dovuta vestire, giusto in vista di doversi spogliare. Pratica, quindi niente calze. Niente gambaletti ovviamente, altrimenti rischiavo una sovrattassa sul già salato costo della visita. Niente vestiti interi, così da poter mantenere almeno il pezzo di sopra.
Mi ha detto “A marzo sono 40 anni”.
“Eh già”.
La mia pera di quasi quarant’anni sta ancora lì attaccatta all’albero.

giovedì 28 ottobre 2010

Giampare la fensa



Una decina di anni fa alcuni italiani emigrati in Australia si esprimevano con un curioso mix di italiano ed inglese, per cui “Jump the fence”, ovvero scavalco il cancello, diventava “Giampo la fensa”. Si poteva anche comprare la “bredda”, il pane, e “parcare la carra”, parcheggiare l’automobile. All’epoca lo trovai divertente.
I nostri capi parlano allo stesso modo. Usano una strana miscela di italiano ed inglese anche dove la lingua natia risulta più che sufficiente, per cui se devi chiedere un appuntamento ti suggeriscono di “buccare uno slot di tempo”, se qualcuno tende alla pigrizia e vive nello stato delle cose sta nella “comfort zone”, mentre i periodi di crescita economica sono i “rump up”. Chissà se parlano così anche a casa “Moglie, pusha la pasta che sto arrivando”, “Figlio, sei committato per il compito di domani?”, “Cara, poppo i tortelli che sono cotti”, e “Vado un attimo in bagno che mi escheip la pipì”.

martedì 26 ottobre 2010

Mi si è rotto il cellulare

Mi si è rotto il cellulare. Dopo la lavatrice, il cellulare. Ho controllato, non ci sono indumenti nascosti sotto la batteria. Solo un pelo ben visibile in alto al centro. Il pelo dovrebbe essere di gatto di nome Gatto o Garfield o Miao di mia suocera.
Comunque è stata una morte annunciata. Prima una schermata nebbiosa tipo TV senza antenna. Poi uno schermo revesciato. Si, avete capito bene, tutte le scritte e le immagini dello schermo erano rovesciate e per leggere gli sms usavo uno specchio.
Insomma da così:

era diventato così:

Che simpatico!
Poi, tutto bianco e luminoso. Praticamente una torcia, che riceve telefonate e le fa solo se conosci i numeri a memoria, visto che non si vede la rubrica.
Ho scoperto che nel mio cellulare rotto, oltre ad un sacco di numeri telefonici solo parzialmente recuperati, sono rimaste alcune foto private, gli sms che avevo voluto tenere, gli appuntamenti fissati tipo pediatra, dentista, pagare la spazzatura, compleanni, anniversari.
Comunque dice mi danno un muletto. Cazzo c’entra col pelo di gatto. Potevano darmi un gattetto.

mercoledì 20 ottobre 2010

Dormire all'addiaccio



Quando al mattino arrivo alla stazione di Pisa non sono ancora le 7 ed è buio. Ci sono molti barboni che dormono sul marciapiede dei binari, ed altri fuori dalla stazione, oltre ad un insopportabile odore di urina. Appena usciti, sotto i portici a destra, ci sono alcune zingare con materassi, coperte, cartoni. Stamattina c’era anche un neonato, avrà avuto un mese. Una zingara corpulenta dai vestiti colorati si è alzata con il bimbo, un biberon, e si è avvicinata al bar antistante la stazione, per un po’ di latte credo. Io sono stata assalita da mille pensieri:
1. Ma guarda quante seghe mentali ci facciamo noi, tra umidificatori, temperatura ottimale, coperte perfette, ed i bimbi vengono su anche così.
2. Forse non è giusto che un neonato dorma all’aperto. Se lo vedessero i carabinieri toglierebbero la tutela.
3. Magari è la soluzione di una notte, stasera tornano a casa/capanna/tenda. Ve lo dico domani.

lunedì 18 ottobre 2010

Cosa fare se ti addormenti in ufficio davanti al PC



Decidere che stasera andrai a letto prima (poi non lo farai).
Prendere un caffè (fatto).
Alzarsi a fare una passeggiata fingendo di avere delle stampe nella stampante del corridoio.
Andare a fare pipì (avrai sempre sonno, ma almeno non ti scappa più).
Prenotare una saletta riunioni e dormire.
Telefonare.
Bere un po’ d’acqua.
Mettere in ordine l’armadietto.
Andare a trovare un/a collega in un’altra stanza.
Grattarsi.
Procurarsi un paio di occhiali con gli occhi.

mercoledì 13 ottobre 2010

Abemus lavatrice

Ieri è venuto il tecnico, che ha individuato subito il problema: “Qualcosa ha bloccato il cestello, un piccolo indumento si è infilato ed ha contrastato il motore, che ha poi rotto la cinghia”.
Ho sperato che fossero dei calzini, anche se li avevo tutti correttamente appaiati. Invece con le pinze ha cominciato ad estrarre qualcosa di piccolo e rosso, ed ho temuto che fosse proprio Lui, il mio tanga con la farfalla di paiettes proprio lì (un prurito! Ma un bell’effetto). Per fortuna NO, erano un paio di normalissime slip formato nonna. Grazie San Gennaro.
80 euro spese bene.

martedì 12 ottobre 2010

Piccole tragedie quotidiane



Venerdì sera si è rotta la lavatrice, durante il super lavaggio del venerdì sera. Quando la centrifuga era ormai sul più bello, al momento del pathos, ha cominciato a fare un rumore diverso, e quando ha finito c’era odore di plastica bruciata.
“Marito, vieni a sentire che strano odore”
“Eh?”
Intanto scarico la lavatrice e mi accorgo che i panni non sono ben centrifugati.
“Vieni a sentire che strano odore proviene dalla lavatrice!”
Intanto mi accorgo che la centrifuga non gira più, non ci potresti neanche asciugare l’insalata.
“Eh?”
“Marito, si è rotta la lavatrice!!!”.
Arriva di corsa. Devo usarla più spesso, questa parolina magica. Chissà come sarebbe arrivato rapido se avessi detto “Si è rotta la TV”.
Bene, inizia a rovistare nel cestello, sposta la lavatrice scoprendo nuove forme di vita annidate nella polvere dietro l’elettrodomestico, intanto scendono i bimbi incuriositi e cercano di aiutare babbo, che si innervosisce perchè non riesce a riparare il sistema, ovviamente non per colpa dei bimbi.
Una lavatrice rotta è un problema.
Una lavatrice rotta durante il fine settimana è un piccolo dramma familiare. Potresti rimanere senza mutande pulite, essere costretta e rigirare quelle usate, o ancora peggio, dover ricorrere al lavaggio a mano! Il lavaggio a mano è l’incubo dei massai moderni, richiede tempo e fatica, non garantisce il risultato, ti rovina le mani, ti cosparge di gocce il sentiero dal bagno allo stendino, ti bagna tutto il terrazzo, eventualmente ti dà occasione di litigare con quello di sotto per via delle gocce di acqua. Per fortuna Nonna Isola si offre di lavare i panni in attesa della lavatrice riparata o nuova.
Comunque questo mese: revisione auto 400 euro, gomme nuove auto 395 euro, lavatrice?
Bisogna che consulti il mio oroscopo alla voce “Denaro”.

giovedì 7 ottobre 2010

Freddure



All’uscita della scuola aspettando i bambini: “Piacere, sono la mamma di Marco. Lo abbiamo chiamato Marco perchè a me piace molto Marco Polo, l’idea del viaggio, delle avventure...”
“Io volevo chiamarlo Rocco”.

giovedì 30 settembre 2010

Avanzi



Ieri sera ho dato il meglio di me in cucina. Ho cotto i ravioli in una pentola troppo piccola, e ovviamente si sono incollati. Ho messo la fettina di tacchino impanata sulla padella, dimenticando l’olio, e quando me ne sono accorta era troppo tardi e l’impanatura si era annerita. Ho preparato il purè per il piccolo che me lo aveva chiesto ieri, ma poi non lo ha neanche assaggiato. Quindi, conscia di una posizione debole, ho assunto un atteggiamento difensivo. Mio marito ha cercato di fare il comprensivo “Mi sono abituato io a come cucini, si abitueranno anche loro”. Forse voleva essere una frase carina, ma quando gli uomini fanno i carini si mettono ancora più nei guai. Mio figlio più grande, che vorrebbe un cane o un gatto in casa, mi ha spiegato che a scuola può lasciare gli avanzi di cibo nel piatto senza sentirsi in colpa per i bambini poveri, in quanto hanno molti gatti a cui vengono dati gli avanzi. Forse voleva dirmi qualcosa (del tipo compriamo un gatto e diamogli i nostri avanzi).
Stasera, formaggio.



Al lavoro sono in fase di studio. A me piace studiare. Sto studiando IPv6, e sto scoprendo che qualcuno ci crede davvero. Che serva voglio dire. L’autore del libro che sto leggendo sostiene che siccome ci saranno sempre più dispositivi collegati alla rete, dai telefoni cellulari al frigorifero di casa, l’IPv6 sarà non solo utilissimo, ma anche necessario.
Elenco delle cose utilissime, addirittura necessarie: risolvere il problema della fame del mondo, dell’inquinamento, dell’esaurimento delle risorse del pianeta, del rispetto dei diritti umani, trovare cure a malattie gravi come il cancro (anche se qualcuno in Italia ha detto che questa la risolve in 3 anni, adesso ne mancheranno un paio, quindi ci siamo quasi).
IPv6 sarà forse utilissimo a fare la ricchezza delle multinazionali leader nel settore.
Non la mia, ma sono di parte: a me basta il telefono cellulare di Pippo, un normale telefono cellulare giallo che quando squilla si trasforma in un fisso vecchio stampo con tanto di cornetta. Sono antica.

martedì 28 settembre 2010

Grazie Mario

Ho letto con piacere questo post sul sito di Donzauker, e mi è sembrato davvero degno di nota. Dateci un'occhiata.
Grazie Mario

giovedì 23 settembre 2010

Io



Io non amo mettermi in mostra, ma mi piace distinguermi. Mi espongo solo se sono sicura al 100% della causa che sto per portare avanti, odio i soprusi e le prepotenze, litigo con chi butta la spazzatura per terra e cerco di promuovere la raccolta differenziata ed un modello di vita sostenibile.
Ho concluso che spesso le persone si aspettano da me più di quanto in realtà io faccia. Quinidi sono più egoista di quello che sembro. Forse sono meno altruista di quanto possa apparire, più stronza di quanto inconsciamente voglia fare credere, e forse dovrei cercare di essere meno gentile. In questo modo nessuno si aspetterebbe niente da me e litigherei di meno.
Sono distratta. Una volta ho lasciato il motorino alla stazione e sono tornata a casa in bus, per accorgermi dopo cena della dimenticanza. Un’altra volta ho portato via le chiavi dello scooter e della macchina a mio marito, ed io ero in treno. Il peggio è quando senza accorgermene faccio rimanere male le persone a cui voglio bene per qualcosa che dico o faccio.
Odio la TV, ma mi piaccioni i bei film. Mi piace fare sport.
Sono impaziente, per questo prendo di rado l’ascensore (mi annoio ad aspettarlo), ma sono costante.
Sono sensibile, spesso empatica con le persone.
Sono tollerante. Sono molto tollerante. Pretendo che gli altri siano tolleranti con me.
Non sono gelosa, sono fiduciosa. Pretendo che gli altri abbiano fiducia di me. Sono fedele per scelta, non per natura.
Sono dolce. Sono collerica. Mi piace ridere. Spesso piango, anche quando sono felice, soprattutto negli ultimi anni, sarà l’età.
Sono orgogliosa. Mi piace eccellere, ma non mi piace vantarmi.
Sono ironica, sono permalosa. Non sono diretta, ed è forse la dote che mi ha colpito di più in mio marito, che appunto è molto diretto. Sono sincera, ma mi dispiace offendere le persone. Sono educata. Sono pelosa, ed ho anche molti capelli. Sono piatta davanti, ma ho ancora un bel culo.
Mi piacciono la pizza, il gelato, la liquirizia.
Piaccio alle zanzare.

venerdì 17 settembre 2010

Primo giorno di scuola

Ieri primo giorno di scuola. I livornesi sono fantastici. Le maestre avevano diviso i bambini in tre gruppi: Elefante, Tartaruga e Camaleonte. Panico per i bambini del Camaleonte. I genitori si scambiavano l’uno con l’altro domande sull’animale in questione “Scusa dov’è il bimbo?” “Nella lucertola”, “Ma no, nel Geco”, finchè uno, sicuro “Ma cosa dici, è nel Ramarro!”.

Avessero scelto Orata, Cernia e Favollo sarebbe stato tutto molto più semplice.

giovedì 9 settembre 2010

Dimmi che lavoro fai, e ti dirò chi sei

Mi sarebbe piaciuto essere medico, l’ho desiderato fino alle Scuole Medie, poi alle Superiori ho cambiato idea e mi è venuto in mente di studiare Ingegneria. Eppure essere medico deve essere una bella scocciatura. Immaginatevi una cena tra amici, relax completo, atmosfera piacevole, vi presentano delle persone nuove. Dopo un po’ scatta la classica domanda “Che lavoro fai?” a cui uno dovrebbe rispondere “Che cazzo te ne frega”. Perchè adesso ti giudicano in base al lavoro che fai, sarà che ce n’è così poco. Comunque un po’ per educazione un po’ per abitudine, un medico risponderà “Sono medico”. “Ah!”. Questa risposta è il preambolo di un insieme di acciacchi. Perchè si sa, tutto soffrono di mal di testa, e allora “Senti ma io ho spesso l’ecrimania, cosa posso fare?”, e magari stai parlando con un ortopedico. “Mi sente la vita (=in livornese significa mi fa male la schiena)”, e magari hai di fronte un otorino. A me invece chiedono consigli su come riparare la lavatrice (non sono un idraulico) o su come posizionare il condizionatore (non sono un elettricista), e quando le autoradio erano portatili, le appoggiavano sul mio piatto per chiedermi di migliorarne il suono. Se poi qualcuno afferma di essere psicoteraupeta, o cominci a temere di essere psicoanalizzata anche solo dal paio di scarpe che porti, oppure cominci a fare domande sul perchè non ricordi alcuni eventi della tua infanzia, pensando ad un trauma cancellato, quando in realtà eri solo troppo piccola per ricordare.
Va di lusso a chi fa il panettiere o il parrucchiere, al massimo puoi farti qualche cliente in più, ma se solamente fai il pizzaiolo, alla cena successiva ti tocca posizionarti di fronte al forno e sfornare pizze fatte in casa per tutta la comitiva.
Se invece guidi l’autobus, ti chiedono quando sarà il prossimo sciopero (quando va bene) oppure di poter scendere ad una fermata non autorizzata, ma più vicina a casa.
Una volta ho conosciuto uno che faceva l’irrigatore agricolo; uno che trucca le modelle (tra cui la Campbell) e mi ha detto che ho un sopracciglio più sollevato dell’altro, ma vado benissimo così; una che faceva la guardiana di un cimitero.
I lavori che sono i più utili avere in famiglia sono: l’avvocato, l’idraulico, il medico. Visto che adesso usa fare causa anche se uno ruzzola su un sassino lasciato sul pianerottolo dal vicino, un avvocato è davvero utilissimo, almeno per difendersi. Se poi ti si rompe lo sciacquone (in livornese lo scarico dell’acqua del WC) devi ricorrere al secchio per due mesi prima che venga l’idraulico, sistemi tutto in un minuto e ti chieda 60 euro per la chiamata più la guarnizione (da 1 euro). È più facile al giorno d’oggi rifarsi le tette. Un medico poi viene sempre utile, soprattutto col passare degli anni.
Personalmente ho serie difficoltà a spiegare quello che faccio, soprattutto ai mie bimbi. Mi immagino già, tra qualche anno, un tema in classe “Descrivi il lavoro dei tuoi genitori”. Svolgimento: “Il mio babbo fa le schede, ma non è un maestro, la mia mamma fa il supporto tecnico, ma non è la gamba di una scrivania”.
Comunque mi sono spesso chiesta quando e perchè un lavoro dovrebbe essere pagato più degli altri. Personalmente non sono fan di questa società competitiva, che vede nel successo, soprattutto in termini lavorativi, la chiave della felicità. A mio avviso il successo provoca solo stress ed obesità (che sono poi i mali principali del mondo moderno), nonchè un ribaltone di valori che ci avvicina più alle bestie che ad altro. Emula l’etica della sopravvivenza dal mondo animale a quello umano: i deboli, gli anziani, ovvero i poco competitivi sono destinati a soccombere, ad essere emarginati. Io reputo che ogni mestiere onesto abbia pari dignità, non capisco perchè un minatore che rischia la vita e la salute giornalmente debba essere pagato meno di un ingegnere, ritengo che le categorie più deboli (ad esempio i pensionati) o che abbiano avuto la sfortuna di non poter sviluppare i propri talenti e le proprie capacità debbano essere aiutate a farlo e comunque che debbano essere tutelate. Questo può distinguerci dal mondo animale, mentre la spietata concorrenza no. Ovviamente chi ha dei talenti molto utili e molto ben sviluppati deve essere incentivato a coltivarli e metterli al servizio della comunità con il proprio lavoro, ma questo non autorizza queste categorie più fortunate a sentirsi migliori o superiori a chi esegue lavori più semplici.
Basta, ho scritto un trattato.
Giorni fa su Rai 3 hanno intervistato la mamma di un bambino genio che suona benissimo il violino. Ha tre figli tutti musicisti come il padre, ed all’epoca dell’intervista aspettava il quarto. Ha dichiarato che quello che teme di più per i suoi figli è la mediocrità. Vaffanculo. Spero che il tuo quarto figlio da grande sia un fiero e felice fruttivendolo, ed un tenero padre di famiglia. Se preferisci, questa chiamala pure mediocrità. Io la chiamo felicità.

venerdì 3 settembre 2010

Aforismi e stornelli



Martedì ero arrabbiata. Il lavoro, tutto di corsa, i bimbi, il rientro dalle ferie. Ne sono uscita con un guazzabuglio di idee pericoloso di cui non trovavo il filo conduttore per uscirne.
Ho messo le cuffie come i bimbetti ed ho cominciato ad ascoltare musica ad alto volume, canticchiando o fischiettando. Mia nonna (di anni 97) mi stornellerebbe “Chi canta per amore e chi per rabbia, e chi per scacciar malinconia”, e ovviamente non avrebbe torto.
Ma alla fine una via di uscita l’ho trovata: mio marito! Me la prendo con lui, altrimenti cosa ci sta a fare. Mi sfogo e continuo “Per questo quello e quell’altro, e poi TU che non fai questo quello e quell’altro per aiutarmi”. Ecco. Così impari a essere mio marito. Mica che uno può dire di essere mio marito, e cavarsela così con poco. Cosa mi aspetto dopo questi melodrammi? Una soluzione! Pretendo che un’altra persona (mio marito) risolva il mio problema. Ovviamente nel caso di mariti o familiari stretti, è una pretesa che può avere un senso, alla fine il problema se risolto potrebbe migliorare la vita del nucleo familiare, quindi l’interlocutore potrebbe davvero essere strettamente interessato e coinvolto a trovare la soluzione. Ma non mi limito certo a questo, vorrei che mio marito avesse la bacchetta magica e risolvesse tutto da un attimo all’altro. Altrimenti è colpa sua.
Qualcuno disse “Se non sei la soluzione, sei parte del problema”. Bella cazzata, poveri mariti!
Gli aforismi possono davvero portarti fuori strada, meglio gli stornelli.

lunedì 30 agosto 2010

Pollice verde



Ieri ho annaffiato le piante. Una sta male. Forse è morta. Non avendo un battito cardiaco, non posso essere sicura che sia morta, ma i fiorellini gialli sono spariti e le foglie sono secche e marroni, ci vorrebbe una diagnosi. Anche il fagiolo di mio figlio piccolo non se la passa bene. Ma forse c’è qualcosa sotto, non dispero. Da piccola avevo una patata americana. Tutti hanno una patata americana da piccoli, se non possono avere un cane. È come una patata normale, ma dalla forma oblunga. L’avevo messa nell’acqua, poi piantata, e le foglie erano andate su tipo rampicante. Poi si erano spente. Mia mamma, che non era così fan dalla patata americana, colse al volo l’occasione del trasloco e, con la scusa delle foglie spente, disse che era morta. Invece scoprimmo che si era sacrificata, aveva fatto tanti patatini nella terra che stavano per sbocciare. Nonostante tutto mia mamma buttò via mamma patata e figli. Non uccidete mai le patate americane dei vostri bambini. Ecco perchè continuo a tenere quella pianta di fagiolo ingiallita, anzi potremmo piantarci un nuovo fagiolo, un figlio, come dice il più grande “Vero mamma, la vita non finisce mai, perchè le mamme fanno i figli e poi i figli e i figli”.
Comunque mentre annaffiavo le piante ho visto un piccolo geco. I piccoli di geco sono quasi trasparenti ed hanno due grandi palline nere al posto degli occhi. Mi piaccioni i gechi. Ha guardato dentro casa nostra, poi mi ha visto e si è nascosto nel bordo della porta del terrazzo. Io ho fatto finta di niente, già abbiamo visto sua mamma una volta sul terrazzo. Chissà come ci vedono i gechi, cosa pensano di noi e delle nostre case. Ci hanno frantumato le palle su come ci vedono le api, o le mosche, ci mostrano otto immagini di noi e sostengono che le api ci vedono così. Vedere otto di noi fa una certa soddisfazione, ma sono convinta che il cervello delle api rielabori le otto immagini e mostri quella di un solo grande essere coglione, l’essere umano. E un cane? Cosa pensa un cane da appartamento quando si stende sul divano del salotto, o un granchio quando ci vede i grossi piedi al mare?
Torniamo alle piante. Forse quella coi fiorellini gialli era stagionale. Mi dispiace molto che sia secca. Non sai mai se l’hai bagnata troppo o troppo poco, se è colpa tua, se sotto ha i bulbi e rinascerà il prossimo anno. Le piante dovrebbero imparare a darti dei segnali precisi, tipo le statuine della Torre di Pisa che cambiano colore col tempo. Giallo, sto male dammi acqua; marrone, troppa acqua; floscia, troppo sole; dura, troppo freddo. Cose semplici così.
Ma magari sotto ha i bulbi. Si sotto ha i bulbi. La lascerò nel vaso, la curerò, se non sarà lei, il vento porterà un seme e magari sarà ortica.

venerdì 27 agosto 2010

Curiosità



Abbiamo passato la serata accanto ai pescatori, seduti sugli scogli, le gambe penzoloni sopra il mare, con la luce del crepuscolo. Ad un certo punto un nonno, che pescava con la canna accanto al nipote, ha aperto una innocua scatolina di plastica bianca e ne ha tirato fuori un baco dalle dimensioni spaventose. Ci mancava un ROAR, ed avrei pensato ad un leone in gabbia. Mi ha detto “È il verme di Rimini, le orate ne vanno ghiotte”. Mi ha fatto vedere i denti neri, mi ha spiegato che può essere lungo anche 2-3 metri per 3 centimetri di diametro, che resta a lungo vivo nell’acqua. Poveraccio.
Costa 14 euro al chilo. Avete capito bene. Con 14 euro al chilo ci compro il pesce direttamente. OK, non l’orata fresca, ma chissà quanti vermi lenza ami piombi si usano per prenderla. Vabbè, è la passione per la pesca. Posso capire. Ma cazzo tenersi un simil serpente in casa per settimane! Poi uno si affeziona, chiede scusa prima di tagliare un pezzetto da usare come esca, dispiace anche se poi il verme sopravvive. Insomma ti viene di metterlo al guinzaglio e portarlo a fare pipì ai giardini, magari incontri un coniglio nano e fanno amicizia.
Secondo me il Verme di Rimini, fatto in forno con le patate tipo arrosto, è pure buono

giovedì 26 agosto 2010

Timorata



Io non ho paura dei ragni.
Io non ho paura di tuffarmi o di immergermi.
Io non ho paura del buio.
Io non ho paura di volare.
Io non ho paura dei cambiamenti.
Io non ho paura ad arrampicarmi sugli scogli.

Io ho paura della morte.
Io ho paura di perdere il lavoro e non riuscire a mantenere i miei figli.
Io ho paura per i miei figli.
Io ho paura delle strade e delle macchine.
Io ho paura dell’inquinamento.
Io ho paura del dentista.

lunedì 23 agosto 2010

Notte prima del rientro



Mi ritrovo come ogni anno travolta dalle vancanze estive, a farne un resoconto che ne tracci i lineamenti principali, visto che non ne ho avuto tempo prima. Stanotte, reduce dalla panzanella con cipolla rossa, dai fagioli, dal tonno e da mezzo melone fresco, è stata una notte bellica. Il tutto ha reso il rientro in ufficio ancora più tormentato, e nostalgico delle giornate al mare.
Comunque tutto bene. Insomma dopo le vacanze ci si rivede e si chiede “Come è andata?”. “Tutto bene”. Bel tempo, mangiato bene, divertiti. Con varie amenità. Avrei davvero voluto fami un piccolo tatuaggio col simbolo del Ju, ovvero della flessibilità, ma i corpi livornesi inorgogliti da disegni di ogni sorta, dimensione e colore, tanto che anche le nonne hanno il nome del nipote stampigliato sul braccio, mi hanni fatto passare la voglia. Davvero troppo, anche se talvolta interessante. Ho scoperto invece che a Piombino, 100Km più a sud nelle stessa provincia, usano le puppe rifatte. Rifatte grosse. Curioso il fenomeno della bidensità. Ovvero puppe sode, culo moscio. È un po’ come rompere un uovo, il giallo resta lì tondo e compatto, il resto si spande gelatinoso occupando lo spazio a disposizione. Prendete due uova crude, apritele su una sdraio una accanto all’altra, e l’effetto è il solito.
Poi; ho un sacco di amici o conoscenti che si separano, anche belle famiglie con figli piccoli. Il secondo flusso, la nuova ondata di single appesantiti da un pregresso familiare affettivo ed economico, un triste mix di situazioni e vissuto che a me sinceramente spaventa parecchio, e mi viene da pregare, come se fossi credente, come si fa quando si ha timore.
Ho rispolverato il tuffo alla militare per i bimbi ed i loro amichetti, abbiamo vissuto come campeggiatori per circa due mesi, vedendo casa solo per dormire, rincorrendo i panni stesi e fuggendo il ferro da stiro. Talvolta ho anche fatto ricorso alle lavatrici 40 gradi chiari e scuri tutto insieme.

“Effetto Venezia” la prima settimana d’agosto lungo i canali livornesi ha sempre il suo fascino; quest’anno ho assistito per la prima volta allo storico Palio dell’Antenna, e sono anche stata coinvolta nella stesura di una piccola intervista sulla specialità remiera della Scia, che uscirà la prossima estate in un giornalino dedicato al Palio livornese.
A Campiglia Marittima “Apriti Borgo” riscopre i sapori ed i colori di una Toscana antica; mio suocero ha passato la serata a salutare conoscenti ed amici di ogni età. A me è ovviamente venuta la casite, ma dovrei contare sui risparmi dei miei figli e sulle vendite dei vecchi giocattoli alle botteghine dei bagni per riuscire a comprare una cuccia per cani.

venerdì 6 agosto 2010

Letture estive



“Just to amuse myself, and keep the good people busy, I ordered them to build this City and my palace; and they did it willingly and well. Then I thought, as the country was so green and beautiful, I would call it the Emerald City, and to make the name fit better I put green spectacles on all the people, so that everything they saw was green”.
“But isn’t everything here green?” asked Dorothy.
“No more than in any other city,” replied Oz; “but when you wear green spectacles, why of course everything you see looks green to you.”

“…I am ashamed to say that I cannot keep my promises.”
“I think you are a very bad man,” said Dorothy.
“Oh, no, my dear; I’m really a very good man; but I’m a very bad Wizard, I must admit.”

“How can I help being a humbug,” he said, “when all these people make me do things that everybody knows can’t be done? ...”

“Oz was always a friend. When he was here he built for us this beautiful Emerald City ...”
Still for many days they grieved over the loss of the Wonderful Wizard, and would not be comforted.

martedì 3 agosto 2010

Tempo di saluti

Gli addii non piacciono a nessuno. Molte persone in questo mese mi hanno salutata, indotte più o meno volontariamente a lasciare l’azienda per la quale lavoro. Qualcuno è tornato nella propria città, qualcuno si è traferito, qualcuno è solo a pochi chilometri di distanza. Eppure tra questi conoscenti o amici c’è stato un contatto, mi hanno parlato di loro, mi hanno ascoltata. È nato talvolta un’embrione di amicizia. Chissà se capiterà di incontrarci ancora, magari per caso, in ferie in Corsica. Ho spulciato mail di saluti e raccolte regalo cui abbiamo partecipato per comprare un Notebook, una macchina fatografica, uno zaino, un buono in un negozio, un tagliasiepi elettrico. Quella del tagliasiepi elettrico mi è piaciuta particolarmente. Ce lo vedo, Mario, alle prese con una siepe corpulenta. Ce lo vedo, Luca, attento a non farsi pungere dalle sue api.
Arrivano ragazzi nuovi, giovani, con i loro contratti a termine, tre mesi, sei mesi, un anno quando va bene. Sono anche contenti, invece penso che io alla loro età ho potuto scegliere tra molte offerte a tempo indeterminato. Ma non glie lo dico, era il ’97, adesso nel 2010 le cose sono diverse. Eppure avrei scommesso che sarebbero migliorate.

giovedì 15 luglio 2010

Bianco e nero



Settimana all’insegna del passato. Sono partita da una capigliatura stile Caterina Caselli, passando da “Ma che freddo fa” di Nada perfettamente in linea con la stagione, per arrivare alle foto in bianco e nero delle gare remiere di Livorno. Dalla Scia fino al Palio Marinaro.
Trovo difficile gestire il passato. Meglio allora organizzare il presente o pensare al futuro. Sul futuro puoi immaginare tante belle cose, è ancora un libro bianco su cui disegnare a colori. Del passato, ho queste foto in bianco e nero, che vorrei parlassero, vorrei mi dicessero qualcosa sulle emozioni e sui sogni. Resto lì bloccata e cerco di raccogliere i pensieri degli anziani, o di chi c’era ed ha vissuto o conosciuto. Ne esce un minestrone che solitamente mi commuove, mi blocca sulle altre domande che vorrei fare o impressioni che vorrei comunicare. Allora lascio che siano gli occhi a parlare e che sia quel groppo alla gola ad esprimersi, lascio che un signore che ho appena conosciuto, ma che c’era e si ricorda, mi stringa la mano e mi dica “Terrò il tuo e-mail”, lascio che un altro sorrida perchè ha vissuto lì vicino a quel canale in bianco e nero, e che un altro che era, che è, amico di quelle persone si lasci trasportare da un aneddoto e me ne parli. Ne esco con un guazzabuglio di pensieri che non so neanche come buttare giù, per non essere patetica, per non essere inutile, per non essere disordinata. Certi ricordi sono difficili da tramandare quando li hai vissuti, figurati se non c’eri neanche. Trasmettere con le parole anni di vita sembra talvolta riduttivo. Non basterebbe neanche il Pensatoio di Albus Silente.

martedì 13 luglio 2010

Consigli provvidenziali



Oggi ho guardato 15 minuti di TV, che contenevano ben 4 spot pubblicitari. Uno era sul gel per capelli, ed aveva come protagonista un ragazzo. Gli altri tre vertevano sul mondo femminile: gli assorbenti che ti accompagnano 5 giorni al mese 24 ore al giorno, le strisce depilatorie a freddo per essere perfette anche in viaggio, e l’ultima su uno sfiammante vaginale. Praticamente c’è una in ufficio con la faccia contrita che confida alla collega di avere un bruciore tremendo proprio lì, la collega ha in borsa proprio quel prodotto spray sfiammante. Nell’immagine seguente si vede la figura stilizzata di una donna nuda con un bollino rosso pulsante sulla topa, che diventa rosa dopo una spruzzata da sotto a sopra. Le colleghe sono felici. Quindi nella borsetta dovremmo portare, oltre a cellulare portafoglio e chiavi, fazzoletti di carta, assorbenti, strisce depilatorie, spray vaginale, sapone secco, analgesico per il mal di testa. Una farmacia ambulante.
Comunque, per par condicio, voglio una pubblicità con due colleghi, uno si avvicina all’altro e gli confida neanche tanto sotto voce di avere un tremendo bruciore alle emorroidi. Allora lui tira fuori dalla tasca (si sa gli uomni hanno tutto in tasca) un tubetto spray di Anal Viamal. Primo, il collega col bruciore si sente sollevato perchè comprende che l’armatura che l’amico aveva davanti non era tutto pacco, ma per la maggior parte era tubetto Anal Viamal. Il suo amor proprio viene rinfrancato e non si sente sotto-dotato di fronte all’amico. Gli sembra anche di stare già meglio con le emorroidi. Secondo, in una successiva immagine si vede un uomo stilizzato con un tondo rosso pulsante proprio sul culo, ed al primo spruzzo da sotto a sopra tutto torna di nuovo rosa.
Terzo, i due diventano amici per la pelle.
Sigla.

giovedì 8 luglio 2010

Zanzare, rieccoci

Ieri ho aperto lo sportello dell’armadio di camera ed è uscita una zanzara. Giuro, si era nascosta lì, ed ha aspettato che qualcuno riaprisse lo sportello per volare via. È iniziata la caccia, ho cominciato a saltare sul letto battendo le mani per beccarla, a scrutare le pareti bianche ed a smuovere i vestiti all’attaccapanni per vedere se era nascosta lì. Non ci sono più le zanzare di una volta. Si sono evolute. Per fortuna che non ho le tigre a casa, pare che per il momento non arrivino ai piani alti, non hanno ancora imparato a premere il pulsante dell’ascensore. Ho quelle normali, marroncine, più stupidotte. Le tigre si appostano nel portone e ti seguono fino a casa, le ho viste percorrere a piedi le zanzariere alle finestre alla ricerca di un buco più largo. Le tigri non fanno ZZZZ, pungono anche di giorno con piccole ripetutissime punture (o pinzi) l’uno vicino all’altro. Ottimizzano gli spazi ed i tempi di percorrenza e si nascondono negli angoli. Portano avanti operazioni strategiche per convincere le zanzare normali ad emigrare, infatti dove ci sono le tigre non ci sono le zanzare normali. Forse le strangolano e danno in pasto i corpi agli uccellini. Hanno un unico momento di debolezza, ed è quando ti pungono. Sono lussuriose. In quel momento lì, perdono completamente contatto con la realtà e se le noti all’opera su una gamba puoi tranquillamente spiaccicarle lì. Ti lasciano una patacca nera e rossa, e un pinzo ormai avviato, ma almeno muoiono contente.

lunedì 28 giugno 2010

Io amo



Io amo l’estate. Già da due anni sono tornata ai soliti bagni che mi hanno vista ragazzina. Uno spasso. Non è cambiato niente, è cambiato tutto. I costumi adesso sono bassi, noi li usavamo scosciati, tirati su fino al punto vita. Ci sembravan belli, adesso sarebbero orribili. I soliti balletti tra ragazzi e ragazze ai primi o secondi approcci con l’altro sesso. Adesso c’è l’animazione, prima c’erano le serate danzanti. L’animazione organizza balli di gruppo cui partecipano in maggioranza ragazze e bambini. I maschietti stanno dietro a guardare tutti questi culi che si agitano e scelgono il preferito. Combattuti tra la voglia di giocare e quella di baciare. Peter Pan è una realtà. Li vedo verso sera questi ventenni muscolosi divertirsi a fare le buche sulla sabbia come i miei figli, che sono piccoli, prescolari. Lo stesso gioco. Fanno una buca enorme, in gruppo, e uno si sotterra di sabbia. Poi esce come una mummia marrone e tutti in acqua a fare il bagno. Come i miei bimbi. Ogni tanto arriva una coppia di ragazze, ronza intorno, “che noia” penseranno i maschietti. Purtroppo le donne perdono la voglia di giocare in anticipo rispetto ai maschi, sono troppo pratiche. Una si avvicina ad un amico intento a scavare con le mani. “Quando vai via?” chiede. E lui, senza perdere d’occhio la buca: “Sette e mezzo, un cazzall’otto”.

martedì 22 giugno 2010

Io odio e Piccoli problemi estivi


Io odio
Io odio chiedere aiuto. Mi va bene chiedere spiegazioni, è un mio diritto inviolabile. Chiedere aiuto invece ferisce il mio orgoglio, quella punta cocente che mi si infila nel petto fino a piangere. Eppure mi hanno spiegato che è un mio diritto anche quello, e che non sempre si riesce a farcela da soli. Che quando si chiede, l’ascoltatore viene reso responsabile di rispondere “Si posso” oppure “No non posso”. Eppure a me svuota. Eppure io mi faccio in quattro quando ricevo una richiesta di aiuto. Bisogna che cambi.
Piccoli problemi estivi
In estate i piedi sudano. In estate non si portano calzini e si indossano scarpe aperte. Il sudore dei piedi si amalgama con la polvere delle strada che entra dalle fessure delle scarpe e con piccoli lembi di pelle cedute dai nostri piedi, fino a formare collose caccole nere che si cementificano all’interno di sandali e decoltè. Manca un prodotto. Quest’inverno ci hanno spaccato i coglioni con i saponi secchi contro la suina, un’azione di marketing fantastica che ci ha fatto vedere quelle boccette di plastica trasparente come indispensabili per superare l’inverno e gli ambienti affollati. Ci siamo (si sono) spalmati le mani di quella sostanza evanescente ed aggressiva che sapeva di alcool puro, anzi probabilmente si trattava solamente di alcool sbiancato, ed abbiamo arricchito le tasche di qualche multinazionale. Che fessi. Però nessuno che mi risolva queste caccole nere incollate in solette che non posso lavare con acqua e sapone.
Userò lo scalpello.

lunedì 14 giugno 2010

Quello che mi piace dei Mondiali


Le cene con gli amici. Ritrovarci tutti in una casa a mangiare una pizza o una pasta, prendere due birre, guardare la TV, urlare, dire qualche parolaccia, sdraiarsi per terra dalla gioia o dalla disperazione, fregarsene e chiacchierare con qualcuno che non vedi da molto, ridere. Ascoltare e cantare l’inno. Ascoltare gli inni delle altre nazioni.

Quello che ricordo dei Mondiali. I mondiali del ‘90, quando ho preso il diploma, ed ho sostenuto l’orale la mattina seguente alla sconfitta dell’Italia. Temevo il nervosismo dei prof., ma poi andò bene, a parte il gatto che poverino era morto nel cofano dell’auto che mi riportò a casa, il caldo, il puzzo del gatto morto. Baresi che piange. Baggio che piange. Ricordo meglio i pianti dei goal (preferisco i romanzi alle partite).

Quello che non mi piace dei Mondiali. I cortei di auto per la strada, i clacson, i motorini che corrono veloci con le bandiere, i ragazzi che gridano. Ho paura che qualcuno si faccia male.
Italia, non Italia. Quelli che non tifano Italia solo per essere originali o per fare i dispettosi. Io non tifo niente, ma quando vedo un bel ragazzo che corre mi commuovo.

mercoledì 9 giugno 2010

L'invidia


L’invidia è il sentimento amaro degli infelici. Se sei felice, non provi invidia. Se sei infelice, non è detto che tu provi invidia, magari intorno non c’è niente da invidiare. Meglio la gelosia allora, quando hai qualcosa di bello e temi che qualcuno te lo porti via.
L’invidia ti porta a guardare gli altri e desiderare quello che loro hanno, oppure (che è peggio), che anche loro perdano quello che hanno.
Vorresti proteggere tutti i tuoi cari dall’invidia altrui come fosse un malocchio, perchè davvero temi questo sentimento acido e corrosivo. Eppure a volte ti chiedi “Perchè lui si ed io no?” e rifletti sull’ingiustizia. E se qualcuno ti accusa “Sei invidioso” tu rispondi “Non è invidia, è giustizia sociale”.

giovedì 3 giugno 2010

Palmaria con botto



Era proprio la giornata ideale per una gita all’Isola di Palmaria, di fronte a Porto Venere. Un misto di nuvole e sole rendeva la camminata lungo il Sentiero dei Condannati piacevole e la vista perfetta. I bambini si stavano divertendo. Il piccolo aveva in mano un carico di legnetti, raccolto prezioso di piccoli passi su un sentiero sterrato. Ed ecco che inciampa e, deciso a non lasciare il suo tesoro, cade di lato battendo la tempia su una pietra. Io sono proprio dietro di lui, lo vedo, non riesco a fermarlo e sento un botto sordo di ossa contro pietra. Se ci ripenso anche adesso mi si drizzano i peli delle braccia e mi viene la nausea. Lo raccolgo, piange, chiamo mio marito, un po’ d’acqua fresca, sanguina, anche gli altri bimbi sono spaventati. Corriamo giù per il sentiero, la ferita è piccola, ma profonda, ed il piccolo è già tranquillo. Il grande invece, che subito mi ha chiesto “Ma domani può andare all’asilo?” per paura di vedere il fratello a casa mentre lui si dirige in classe, appare adesso scosso ed ammutolito dall’evento. Chiamiamo il 118, che ci manda una barca della Capitaneria di Porto. Intanto i bambini giocano sulla spiaggia di sassi ed io farnetico qualcosa di contraddittorio al telefono, si è fatto male alla fronte, alla nuca. “Dove signora?”. Tempia non mi viene, non mi esce dal cilindro delle parole. La barca della Capitaneria raggiunge La Spezia davvero velocemente, e sopra tre ragazzi simpatici fanno giocare i bambini. A La Spezia ci aspetta un’ambulanza. Grandi Volontari! Arriviamo al Pronto Soccorso ed il piccolo risponde tranquillamente alle domande su nome, cognome ed età. “Dove vivi?” “A GeVona”. Risponde pronto. Ma no, adesso siamo a Livorno! Un medico in tuta fuxia dà un punto sulla tempia di mio figlio, che è bravissimo, assistito da infermieri in verde accesso. Usciamo, andiamo ai giardini, i bimbi hanno già dimenticato e giocano. La figlia dei nostri amici chiede alla mamma “Ma il mio amico si è rotto il cervello?” e suo fratello incalza “No, la testa”. “Si, ma sotto c’è il cervello”, riprende lei.


Sentiero dei Condannati: Alla fine del XIX secolo per rispondere all'esigenza, che si faceva sempre più pressante, di una difesa capillare del golfo della Spezia, vengono costruite da parte della Regia Marina delle installazioni militari di vario tipo.
Fra le batterie terrestri, divisibili in alte e basse a seconda dell'obiettivo da colpire, fu realizzata anche la Fortezza Umberto I, costruita fra il 1887 e il 1889, su progetto del Direttore della Fortificazioni della Regia Marina, Tenente Colonnello Ferdinando Spegazzini. La Fortezza risulta essere costruita con notevole rapidità anche grazie all'utilizzo di numerosa manodopera coatta, costituita essenzialmente dai detenuti che ogni giorno venivano condotti da S. Bartolomeo a La Spezia fino all'isola Palmaria e che venivano divisi tra la realizzazione della possente struttura seminterrata della torre e l'ammodernamento del forte Cavour sulla sommità dell'isola. Ancor oggi, a ricordo di questa manodopera, il sentiero che collega le due fortificazioni dell'isola è chiamato "sentiero dei condannati".

lunedì 31 maggio 2010

Istanbul Costantinopoli, Istanbul la grande metropoli



Ho questa musichetta in testa e non mi ricordo da dove arrivi “Istanbul Costantinopoli, Istanbul la grande metropoli”. Ho pensato ai mosaici, all’Impero Romano d’Oriente e d’Occidente. Si ci sono, i mosaici. Non è che in quattro giorni, dopo l’orario di ufficio, si possa scoprire un città enorme come Istanbul. Ma almeno farsi un’idea. Mi è piaciuto il cibo, un po’ speziato, il pesce, la frutta saporita ed i carciofi grandi come meloni. C’è pieno di odori per le strade, di ristoranti che cercano di accalappiarti. Il gelato ha la consistenza della pasta cruda della pizza, il sapore è buono, ma non va leccato come in Italia, bensì mordicchiato come si fa col panforte. Le strade sono cariche di persone fino a tardi, negozi aperti, e ti chiedi quale sia l’orario. Di lavoro, di uscita, di nanna. In ufficio un donnone finlandese ci tiene un corso, ci organizziamo per qualche cliente. Io dovrei cercarmi un nuovo lavoro, o aspettare che me ne assegnino uno nella nuova organizzazione, o che ne so. Ogni riorganizzazione mi sembra in realtà una riconfusione.
Intanto faccio amicizia con la signora che prepara il caffè e che non parla inglese, ma che mi spiega qualche parola turca. Che ho dimenticato. Ma non la sua espressione simpatica. Mi è venuto in mente quando con gli amici andavamo al ristorante turco di Chiavari e ci facevamo leggere i fondi del caffè turco. La signora che lavorava lì leggeva il disegno sul fondo della tazzina rovesciata e ci diceva qualcosa che noi cercavamo di comprendere o applicare. Era un gioco.
Alla TV mostrano il disastro ancora incompleto della BP. La falla è aperta da ormai 5 settimane, e noi umani siamo davvero degli essere ignobili.
Le automobili per le strade corrono veloci e sono moltissime. Troppe.
Preferisco camminare.

martedì 18 maggio 2010

Geloni (3)



“Si tolga le scarpe”.
“Ma veramente io sarei venuta per le mani...”
Un simpatico odorino si sparge nell’ambulatorio. Sono già senza calze, la dottoressa mi tocca i piedi, sono caldi, e puzzano. Le mani invece sono fredde e non puzzano. Forse se avessi le mani calde puzzerebbero anche quelle.
Comunque niente, mi dice che probabilmente non è Raynauld, ma un problema circolatorio. E mi suggerisce altre analisi, per poi rivederci. Stavolta mi laverò i piedi prima della visita.
Esco e trovo un capannello di persone attorno ad un signore sui 70, ben dritto e ben vestito, in preda ad un’amnesia totale, senza documenti, che non ricorda il suo nome né dove vive, ma solo che sua moglie ha una visita lì. Ricorda il nome di sua moglie, che effettivamente ha un controllo il giorno dopo, ma non sa come è arrivato in ospedale ed appare smarrito. Brutta la vecchiaia.
Esco e vengo assalita da ragazzi di colore che cercano di vendermi biglietti del parcheggio parzialmente usati a prezzo scontato (noto moglie e marito che litigano sul da farsi) e quando scoprono che me ne sto andando mi chiedono di dargli il mio biglietto, ormai quasi scaduto. Un business parassitario, un’economia trasversale, un modo per tirare avanti.
Oggi ho anche eletto le parole più brutte di questo mese. Momentum, Challenging e Consolidation. Challenging cavalca la classifica da un bel po’, Consolidation è anche lui un vetarano, Momentum invece rappresenta una New Entry. Secondo me porta male.

venerdì 14 maggio 2010

MUI

MUI è l’acronimo per Men's Underwear Index, ovvero l’indice dell’intimo maschile. Praticamente è un indice che si basa sulla vendita delle mutande da uomo, e che secondo alcuni economisti indica lo stato di salute dell’economia. Visto che gli uomini considerano le mutande un capo di stretta necessità, e non di lusso, la vendita delle mutande da uomo dovrebbe restare costante nei momenti in cui l’economia è stabile, decrescere quando c’è crisi, ed aumentare solo nei momenti di ripresa. Ci sono molte critiche circa la validità dell’indice di cui sopra, ad esempio basate sul fatto che sono spesso le donne a comprare biancheria per i loro uomini, e sul fatto che comunque un uomo si compra mutande nuove solo quando sono lise indipendentemente dal periodo o meno di crisi.
Prendiamo noi per esempio. Mio marito si cambia un paio di mutande al giorno, che mi sembra già un bel traguardo per un uomo. Non gli ho mai comprato mutande, eppure ha il cassetto pieno. Ci pensa mia suocera. Mutande e calzini. È forse un modo per sentirsi ancora madre. Il MUI è quindi anche l’indice dell’attaccamento ombelicale di una madrea al suo figlio maschio. Abbiamo così tante mutande che ogni tanto mio marito ne trova di nuove. L’ultimo è stato un paio bianche con la scritta “Drago”, un po’ piccole per la verità, di cui lui nega la paternità.
Vi sono comunque uomini che tengono le mutande per più di un giorno e le cambiano solo in presenza di sgommata ad altezza culo. In questi casi, visto il numero limitato di lavaggi cui sono sottoposte, la durata sarà sicuramente allungata nel tempo. A scapito del MUI, che quindi indica il livello di pulizia ed igiene personale dell’esemplare maschio. Mi dicono addirittura che in Gran Bretagna i giovani usano non portare le mutande sotto i pantaloni. A me sono subito venuti in mente peli rimasti impiagliati nella cerniera o strappati cercando di chiudere un bottone, ed ho strizzato gli occhi dal dolore. Mi immagino quindi il MUI inglese cadere a picco con grande panico nelle borse locali. In Italia invece i giovani mostrano le mutande come fossero un capo d’abbigliamento, portano i jeans sotto il culo e fanno spuntare delle cose che sembrano di neoprene, griffate della marca del momento. Suppongo che il MUI italiano sia altissimo e allora fa bene il Berlusca a dire che la crisi è ormai finita, passata, alle spalle, o meglio nelle mutande.

mercoledì 12 maggio 2010

Scarpe (quasi) nuove



Stamattina è andata proprio così, ho cercato una maglietta che sembrasse pulita, ho messo i jeans, e le mie scarpe nuove. I bimbi sembrano finalmente sfebbrati e sovraeccitati dal sentirsi bene. Passano da un puzzle all’allegro chirurgo come se fosse antani. Mi hanno sovraccaricata di poesie ricordate a metà, coccole e progressi di gioco, ma soprattutto di buon umore. Ho cercato di fare tutto entro le otto, prima che passasse la spazzatrice meccanica sotto casa con multa automatica delle macchine ancora in sosta, e ci sono riuscita per un pelo. Le scarpe non sono proprio nuove, meglio, sono regalate da una mia amica che non le ha mai messe, e soprattutto sono gialle. Come il sole.

lunedì 10 maggio 2010

Rotture di coglioni spaziali



Ci sono quelle giornate no, decisamente no. Se poi quelle giornate sono il lunedì mattina...
Avere tutte e due i bimbi malati con una tosse da cane lupo, sapere che la piattaforma British Petroleum sta vomitando petrolio nell’oceano causando un disastro ecologico tra i più grandi che la memoria umana ricordi, pianificare un viaggio ad Istanbul col vulcano EyakallaiallaSONASEGA che erutta (un po’ meno), ed il capo del tuo capo che ti dice che forse sarebbe meglio rispondere alle application interne vista la situazione lavorativa. CHE CAZZO di situazione lavorativa allora perchè io ho continue enormi scadenze comprese una per oggi che mi impedisce di correre dai bimbi al più presto possibile? Comunque le application sono per lavori a Stoccolma quando va bene, poi ci sono Abu Dabi e anche EyakallaiallaSONASEGA di prima, che culo! Poi c’è la Grecia, la crisi economica, la rivolta dei poveracci, che poi siamo noi. Basta sono in un vero stato confusionale emotivo con giramento di coglioni spaziale.

Potrebbe andar peggio, potrebbe piovere.

venerdì 30 aprile 2010

Dove è il mio metronomo?



Ieri sera avevamo a cena mia nipote sedicenne ed il suo fidanzato diciottenne. Ecco, ieri è stata la prima volta che ci ho pensato. Ho pensato che anche io ho avuto sedici anni e che adesso ne ho trentanove e come ha fatto tutto questo tempo a passare così in fretta, senza che neanche me ne accorgessi. Come ho fatto io a non prenderlo e rallentarlo un po’, tirarlo con una fune o soffermarmi su tutto questo tempo. Qualcuno poteva pur dirmelo “Ehi tu guarda che tra poco, pochissimo, in men che non si dica, avrai 39 anni”. Forse sarebbe stato diverso, forse no, in effetti se qualcuno mi dicesse oggi che tra poco avrò 62 anni gli riderei in faccia. Ma porca puttana potrebbero almeno darmi un metronomo della vita così da scandire meglio tutti questi secondi e minuti e ore e giorni e settimane anni decenni. Scandire ogni passo ogni emozione ogni buongiorno e buonanotte.
Ho cercato di carpire qualche novità generazionale, per vedere se davvero questi giovani d’oggi sono diversi, migliori, peggiori. La musica, lo stile di vita, gli orari, i cibi, le droghe, gli amici. A me sembra uguale. Piacciono i Prodigy, che sono una versione attuale dei Chemical Brothers, eppure è giusto. È giusto che anche questi giovani abbiano i loro Chemical Brothers e i loro REM e i loro Claudio Baglioni, uguali, ma un po’ diversi da quello che ascoltavamo noi. È giusto che anche un diciottenne dica “Quando ero piccolo, invece adesso che sono grande”. D’altronde anche i miei bimbi che non vanno ancora a scuola dicono “Quando ero piccolo”. È giusto che abbiano la loro versione dei nostri bermuda da ciclista, che adesso reputo orribili, degli stivali camperos, dei jeans da cugi, degli orecchini di plastica fosforescente a forma di forbici, dei capelli corti davanti e lunghi dietro, dei chewing gum a sigaretta nel pacchetto da sigarette che dopo un minuto che li masticavi diventavano duri come un pezzo di corteccia eppure avevano un sapore unico, delle polo con quel cazzo di buco che ti rubava un po’ di caramella, della girella che la morale è sempre quella, del Ciao con la marmitta truccata, del Bravo, del costume scosciato e del reggiseno a fascia che invece ora sono tutti a vita bassa, dei concerti, della scuola, delle assemblee, dei cortei.
Però sto ancora cercando il mio metronomo.

mercoledì 28 aprile 2010

Modi di dire



Non ho mai pensato di ammazzare il tempo, ne ho sempre così poco che preferirei piuttosto moltiplicarlo che ammazzarlo. Al massimo ho cercato di ingannarlo, per farlo passare quando c’era il rischio di annoiarsi, ma anche di allungarlo quando avevo troppe cose da fare, cosa quest’ultima che mi è sempre riuscita più difficile.
Certo che ad essere pignoli, a cercare il pelo nell’uovo insomma, il tempo è quello che è, passa un po’ come gli pare.
Anche se non ho mai capito perchè si dice “avere il pelo sullo stomaco” intendendo “essere senza scrupoli” o “essere portati a fare cose schifose”; forse perchè l’idea di avere un pelo sullo stomaco fa davvero schifo, come quando mangi la minestra e te lo senti in bocca che non va né su né giù e poi finisci per tirare fuori dalla gola un capello di venti centimetri. Roba da vomitare. Come se tu avessi un pelo sullo stomaco, appunto.
Per non parlare di chi ha il sale in zucca e chi non ce l’ha. Sarà perchè il sale era qualcosa di prezioso un tempo. Ed è forse per lo stesso motivo che da noi la pasta senza sale è “sciocca”, ed una persona un po’ scemina la si può addirittura definire “dolce”. Si vede che era più facile trovare lo zucchero del sale.
Spero comunque di non dover mai cercare un ago in un pagliaio. Non che ci siano molti pagliai in giro, ma sarebbe come trovare una lente a contatto su una pista da sci, che poi è la traduzione moderna dell’ago in un pagliaio. Mi verrebbe davvero un diavolo per capello, anche se nella marea di capelli che ho non si noterebbe nemmeno, sarebbe come una goccia nel mare.
O, come si dice a Livorno dove la gente è nota per la sua finezza, sarebbe come “piscia’ in mare”.

lunedì 26 aprile 2010

Campagna



A me non esalta la campagna, preferisco il mare o la montagna, anche se le riconosco una certa identità. Quando ci conoscevamo da poco, mio marito buttava le bucce della frutta ed i resti di cibo nell’acquaio. Mi spiegò che lui è nato in campagna, dove gli avanzi del piatto non si buttano, ma si mettono da parte per polli e conigli. Che in effetti divorano tutto, anche la buccia del cocomero, e la riducono ad una soletta verde di non più di un millimetro. Ci si potrebbe fare un ombrello. Comunque, non avendo galline, si è rassegnato a buttare tutto nella spazzatura o al massimo nel secchio del compost.
La campagna resta comunque un mondo a sè. Anche durante la guerra, si è ritagliata un angolino di pace dove i cittadini come mia nonna andarono sfollati. Mio suocero mi racconta che non soffrirono la fame, o l’invasione, o i bombardamenti. Che uccisero, conservarono e mangiarono un maiale per paura che i tedeschi se lo portassero via. Che da bimbetto, seduto su una mucca, con le sorelle, vide arrivare gli americani e temette il peggio “Vai ci siamo”, invece gli regalarono un chewing gum.
Ieri pomeriggio, dopo una mattinata al mare, siamo andati anche noi in campagna. Ai bimbi piace, tra lucertule, lombirichi, fiori, pezzi di legno, cani, ruscelli e scarabei, non c’è da annoairsi. Io ho cominciato a starnutire, e lacrimare, e soffiarmi il naso. Con gli anni ho sviluppato questa allergia non so bene a cosa. Al polline. Ai pini. Alla polvere. Chissà.
Una bella rottura.

mercoledì 21 aprile 2010

Chissà com’è

Chissà com’è avere il posto fisso. No, non dico il contratto a tempo indeterminato, quella è un’altra cosa, dico proprio il posto fisso, quello sicuro, per tutta la vita, fino alla pensione, finché morte non ci separi. Partire da casa con la merenda e gli spiccioli per il caffè, entrare ed essere sicuri che nessuno ti pagherà PER ANDARTENE, per smettere di lavorare. Che assurdità. Nessuno ti prenderà da parte e ti inviterà nell’Ufficio del Personale (del Padrone) convincendoti con varie manovre psicologiche che è meglio prendere il malloppo e firmare la tua lettera di licenziamento. Nessuno cercherà di trasferirti a centinaia di chilometri da casa, con la scusa della crisi globale o dell’efficenza locale. Anche se tu hai sempre lavorato con impegno contribuendo secondo le tue capacità al sostentamento dell’azienda.
Chissà com’è.
Forse non è niente. Forse ci si fa l’abitudine e si finisce per lamentarsi comunque di qualcos’altro, magari dell’orario di lavoro o dell’assenza di parcheggio interno. Forse si è talmente raccomandati da poter contare su ulteriori raccomandazioni per un posto migliore, più in alto, maggiormante retribuito, e sempre fisso.
Io non lo so com’è.

venerdì 16 aprile 2010

Lo scaldapotte



“Trattasi di giovane virgulto dalla parlantina sciolta, dotato di rara sensibilità e capacità d’ascolto che, sistematicamente, diventa il miglior amico delle Fie che si vor trombà, dando luogo al fenomeno di tener in caldo la potta in questione per gli amici e conoscenti che ne approfittano esibendo ben altre doti di seduzione o capacità amatoria” Un amico scaldapotte

Ti si avvicina con occhio comprensivo, soprattutto nei momenti in cui appai triste, preoccupata, sola. Difficilmente lo fa in pubblico, approfitta di momenti o situazioni solitarie, ad esempio una cena tra amici in cui per un attimo resti isolata in un angolo del divano. Parte con domande generiche: come va? Ti diverti? Cosa stai facendo? E poi si sa, le donne parlano, adorano parlare. E loro, gli scaldapotte, ascoltano, annuiscono, consigliano. Alcuni sono sinceri, la loro indole è davvero comprensiva e portata all’ascolto. Alcuni sono falsi, ti approcciano con frasi banali e scontate, del tipo che se ti vedono in libreria che stai comprando un romanzo esclamano “Ah, capisco che ti piace legger romanzi!”. Cazzo che intuito. Questi individui, facilmente smascherabili, cercano comunque di approfittare dei momenti di scoramento femminile per trarne vantaggi solitamente sessuali. Mentre i primi, sinceri e genuini, si prestano ad amicizie profonde e duratore. Purtroppo spesso si verifica la situazione in cui lui è innamorato, lei lo vede solo come amico, o viceversa. Non si pensi comunque che gli uomini con diverse capacità seduttive, i play boy, abbiano una maggiore probabilità di successi. E’ solo che si vantano di ogni singola conquista in modo smisurato tacendo invece sui numerosi fallimenti, mentre lo scaldapotte, di animo sensibile, si tiene generalmente per se’ la sensazione di un amore acquisito ed, al contrario del “conquistadores”, si psico-analizza ed interroga gli amici per comprendere i motivi di un eventuale rifiuto da parte dell’oggetto dei suoi sentimenti.
Categoria a mio avviso assolutamente singolare è invece lo scaldapotte segaiolo, che passa attraverso la riflessione per arrivare all’eccesso dell’interrogarsi sulle ali dei moscerini; si fa le seghe mentali appunto. Finisce che poi, a furia di seghe mentali, difficilmente troverà una compagna e finirà per farsele per davvero, le seghe, e non solo mentali.

mercoledì 14 aprile 2010

Felicità e disallineamenti

Che cosa è la felicità? Qualcuno sostiene che siano attimi, momenti brevissimi di estasi, orgasmi, enfasi momentanee, gioie di minuti. Altri pensano che sia invece uno stato d’animo, qualcosa di più vicino alla serenità, alla pace con se stessi e col mondo. Forse non è nessuna delle due cose, o forse entrambe. Si può provare la gioia di un attimo se non si è almeno sereni? O viceversa sentirsi contenti se non si hanno ogni tanto dei picchi di estasi? Può la soddisfazione di un momento riempirti la giornata se il tuo stato d’animo è depresso? Forse esiste una soglia minima a cui aggiungere dei picchi che spezzano la monotonia, per sentirsi davvero felici. Probabilmente è tutto soggettivo.

Stamani la giornata è iniziata in modo strano. Non sono riuscita a far partire lo scooter, non ho premuto il solito pulsante rosso che attiva il motore, come faccio ogni mattina. Erano quasi le sei e 10 quando ho buttato giù dal letto mio marito, il casco in mano, e l’ho fatto scendere in strada in pigiama e ciabatte, per poi sentirmi dire che bastava premere il solito pulsante rosso. A cosa stavo pensando? Cosa mi ha allontanato dai soliti collaudati automatismi del mattino? “Grazie marito”. Con uno scatto finale di corsa alla stazione sono riuscita a prendere il treno delle 6,20, senza timbrare il biglietto. Ho deciso di scriverci sopra la data a penna, per risparmiare il tempo della timbratura. Col fiatone, spossata, ho pensato “Ieri era 13, oggi 14, perfetto” ed ho scritto 13/4/2010. Ma sei scema? Ci pensi e sbagli? Che cosa ti distrae? Non me ne sono accorta subito. Ho visto arrivare il controllore, ho preso il biglietto, mi sono resa conto dello sbaglio ed ho deciso di correggerlo. A questo punto era anche svanito un eventuale effetto sorpresa che poteva convincere il controllore della mia buona fede. Cazzo! Ma lei è passata senza chiedere i biglietti. Mi sono sentita sollevata. Non pensavo neanche di riuscire a prendere il bus delle 6,39, invece altra corsetta ed eccomi lì. Mi ha ovviamente avvicinata il solito tipo in giacca FS a chiedermi se avevo un biglietto in più, che ovviamente non mi avrebbe pagato e che ovviamente sarebbe stato motivo di discussione. “No”.
Bene, sembra che tutto si sia allineato di nuovo. Ci voleva un matto.

giovedì 8 aprile 2010

Stuck



Sarei saltata sulla prima moto che passava zizzagando tra le macchine, piuttosto che stare lì ferma in auto in galleria, una coda di macchine mute a fari spenti, un serpente silenzioso e addormentato per più di un’ora. Ho provato ad ingannare il tempo con i passatempi sul cellulare, per poi preferire altre attività: fare allungamenti, grattarmi, guardare i vicini di auto, sbirciare le loro piccole attività del momento e le loro espressioni contingenti, notare che la tipa dell’auto accanto era come congelata al volante, che quello davanti leggeva il giornale e che qualcuno più in là si scaccolava per poi arrotolarle con le dita e lasciarle cadere sul tappetino della macchina. Avrebbe potute tirarle alla tipa congelata per smuoverla un po’, dico io. Ho di nuovo preso il cellulare e, scorrendo la rubrica, ho cancellato tutte quei nomi che non riuscivo a collegare a persone conosciute. Chi è Emanuela? E Kevin? Ho pensato che avrei potuto avere un attacco di panico, o una crisi claustrofobica; ho provato un desiderio irrefrenabile di aprire la portiera, accostarmi alla parete della galleria, accucciarmi a fare pipì e ammirare quel rigolo liquido scivolare e avvicinarsi ai vicini di auto. Sarebbe stato un grande sollievo!
Avrei potuto chiacchierare con qualcuno, chiedere dove vai, a che ora sei partito, sei arrabbiato annoiato o indifferente.
Alla fine ci ho messo più di quattro ore per arrivare a Genova, da Livorno. Era stato un furgoncino carico di pesce a ribaltarsi e scaricare per strada il suo carico scivoloso, bloccando l’autostrada per tutto quel tempo.
A mensa, ovviamente, nasello.

venerdì 2 aprile 2010

Soprannomi



La forza di un soprannome è quella di richiamare caratteristiche fisiche o caratteriali di una persona, di riuscire ad identificarla anche senza saperne il nome o senza averla mai vista. All’Università avevamo Occhi Pallati, Bello culo e Voglia di Topa Bionda. Quest’ultimo era un insegnante che aveva un ciuffo chiaro in evidenza da un lato della sua testa nera. Sarebbe un peccato avesse perso con gli anni o con lo sbiancare dei capelli quella strana caratteristica che lo contraddistingueva tra decine di altri prof.
Devo ammettere che anche io ho avuto parecchi soprannomi: Cugino Hit, quando portavo i capelli lunghi e li usavo come perfetto nascondiglio se mi scappava da ridere, Mammina perchè già prima di essere mamma mi preoccupavo delle abitudini alimentari e dell’abbigliamento dei miei amici, e Cioco Blocco, per le mie innate capacità nella Dance Music. Quando ho scoperto che mio marito era chiamato Piddu dagli amici di sempre, e gli ho chiesto una spiegazione, lui mi ha risposto “Piddu Ginu il contadino”, che a me sembra più una filastrocca che una motivazione. Ma i soprannomi sono come le barzellette, se te li fai spiegare perdono il bello. E allora ascolto e basta quando mia nonna mi racconta della Ciucia di Venezia, della Zizzi e del su’ figliolo, e di Ciccia Nera, che poi sarebbe il mio babbo.

lunedì 29 marzo 2010

Mugugno

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955)


Sono un po’ stufa di chi si lamenta.
Ieri siamo andati a votare. Quando ci si avvicina al voto aumentano le lamentele. Molti ti dicono che si sono sforzati parecchio per andare a votare, che ultimamente non hanno più votato, o che probabilmente quella è l’ultima volta.
Non votare non è una forma di protesta. Non votare è solo una forma di pigrizia, di egoismo, di sindrome dello struzzo.
Adesso va anche di moda dire “stiamo pensando di trasferirci all’estero, in Italia non c’è speranza, i nostri figli non hanno futuro”. Questo è vero. L’Italia è un paese di raccomandati dove possedere un titolo di studio o avere delle capacità ed una vera professionalità non fa nessuna differenza. Basta essere raccomandati, condizione sufficiente e spesso anche necessaria, per avere un posto di lavoro nel pubblico, nel privato, nella grande, piccola e media impresa. Se trovi l’aggancio giusto fai pure carriera. Poi ci si stupisce se le cose vanno male. A cosa serve una laurea? Soddisfazione personale, cultura personale, voglia di conoscere e capire. Che noia, mi vengo a noia da sola. Quando mi sono laureata io erano vacche grasse, i raccomandati lasciavano qualche briciola e se avevi il titolo e le capacità riuscivi a trovare un lavoro dignitoso. Adesso a parità di facoltà vedo giovani brillanti arrancare tra un posto a tempo determinato e l’altro. Che schifo.

Poi arriva uno e ti dice che sta pensando di trasferirsi all’estero. Di solito queste sono persone che non si sono mai mosse di più di 20km da casa, non hanno mai vissuto lontani dall’ala protettrice della famiglia di origine e pensano che sia tutto come in vacanza. In Spagna fa caldo, andiamo là a noi piace il caldo. In Svezia i mezzi pubblici sono puntuali, andiamo là che non sopporto aspettare. In Inghilterra si parla inglese, andiamo là per diventare internazionali. E si divertono con questi trasferimenti virtuali, pensando poi di andarsene e trovare tutto pronto. Bravi! Tanto poi non si smuoveranno mai.
Non si potrebbe metterci in gioco per primi e fare qualcosa per cambiare questa società di dinosauri destinati all’estinzione, con le loro merde enormi e putride, farci sentire, manifestare la nostra volontà ed essere cittadini onesti responsabili civili militanti.
Basta, mi sono stancata.
Il mugugno lasciamolo ai genovesi, che ci pagavano pure una tassa secoli fa.